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Neonomicon

Raramente mi è capitato di trovarmi tra le mani un incrocio così ben riuscito tra la letteratura il fumetto. L’ultimo incontro tra questi generi che riesco a ricordare è stato durante la visione del film “La leggenda degli uomini straordinari”. Episodio cinematografico tratto da un’opera a fumetti di Alan Moore, il cui livello di imbarazzo e disgusto ha rischiato più volte di farmi sprofondare il cervello in un inverno nucleare, causando una totale estinzione di neuroni.

Sebbene anche in questo frangente sia coinvolto Alan Moore, il risultato si può tranquillamente definire diametralmente opposto. Inanzitutto, perchè in questo caso Alan Moore torna alla ribalta con una sua personale interpretazione dell’universo letterario di Lovecraft. In secondo luogo, e credo che la riuscita dell’opera stia proprio qui, perchè lo fa rimanendo non solo fedele ai lavori del solitario di Providence, ma perchè ne cita talmente tanto le opere da trascinare il lettore in un universo molto familiare, sebbene si tratti di una storia completamente nuova di cui, per ovvie ragioni, non posso rivelare più di tanto.

Infatti, tutto parte dall’indagine dell’agente federale Aldo Sax, specializzato esperto nella teoria delle anomalie, a cui viene affidato il caso di un serial killer colpevole di 15 omicidi aventi tutti lo stesso modus operanti, la particolarità del caso, se escludiamo l’efferatezza degli omici, è nel fatto che tutti gli omicidi sono stati compiuti da persone differenti e apparentemente senza alcun collegamento tra loro…

Sebbene la scelta di fare citazioni a raffica possa penalizzare i lettori di fumetti che hanno poca confidenza con l’universo di Lovecraft (sempre ammettendo che ne esistano alcuni), la storia raggiunge comunque apici di disturbante narrativa, causando notevole claustrofobia e disturbo nel lettore, che si amplifica ancora di più nel caso in cui si abbia una buona padronanza di termini, opere e personaggi legati al culto dei grandi antichi su cui Lovecraft ha basato le sue opere più famose. Si parte da atmosfere poliziesche per poi scivolare inesorabilmente nell’horror e nel delirio in cui i lettori delle storie sul culto di Dagon o di Cthulhu si saranno immersi senza dubbio in passato.

Lodevole anche l’iniziativa, da parte della Bao Publishing, di includere nell’edizione anche il prequel della storia, intitolato “Il Cortile”. In questo modo il racconto scorre perfettamente, e col passare delle pagine il lettore riesce a poco a poco ad unire i puntini che delineano il quadro di un racconto allucinante, in puro stile Lovecraft. Per non parlare della scelta di rilegare il tutto come se fosse un libro con tanto di sovracopertina.

A tutto questo va aggiunto il valore delle tavole Jacen Burrows e dei colori di Juanmar, sicuramente apprezzabili e molto ben curate, a meno che non siate fan sfegatati dello stile supereroistico americano o dei manga giapponesi. L’unico neo dell’opera potrebbe essere rappresentato dal prezzo, perchè ammetto che 17 euro non sono esattamente un prezzo popolare di questi tempi, ma ammetto che, da fan di Lovecraft, sarebbe stato comunque un rimpianto rinunciare alla tentazione di sapere in che modo Alan Moore avrebbe interpretato e rivisitato le opere del Solitario di Providence.

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ImmagineParlando di cinema, esistono pellicole per le quali il tempo non sembra passare mai, ed è più che salutare lasciarsi andare ai sentimentalismi, al ricordo di sensazioni distorte dal passare del tempo e alla freschezza del trasporto che solo una sana ingenuità è capace di regalare. Una di queste è, almeno per quanto mi riguarda, Classe 1999. Film diretto da Mark L. Lester nel 1989 e versione più tamarra e meno riflessiva del suo precedente Classe 1984, da cui praticamente eredita solo il tema della violenza nelle scuole.

Per godersi in pieno un film come Classe 1999 è necessario, appunto, essere dei sognatori. Ma non parlo di chi sogna gli unicorni che cavalcano arcobaleni e principi azzurri vari, bensì chi sogna di radere al suolo qualsiasi ostacolo verso la propria libertà.

Ovviamente, essendo un film ambientato in un liceo, più lo spettatore è carico di odio verso la scuola, i professori e tutto ciò che potrebbe far parte della routine di un ragazzino, più la goduria sarà assicurata.

Abbiamo un futuro, a quei tempi non troppo lontano, in cui le scuole erano assediate da gang di balordi che avevano terreno fertile per fare di tutto fuorché aprire un libro. Uno sfigatissimo preside (il mitico Malcolm McDowell) e uno stronzissimo scienziato (uno Stacy Keach dagli occhi inquietanti) tentano di ristabilire l’ordine e dare l’esempio, utilizzando tre robot da combattimento travestiti da insegnanti (Pam Grier, Patrick Kilpatrick e John Ryan), per ristabilire la disciplina nelle classi. Tutto sembrerebbe funzionare alla perfezione, se non fosse che i robot iniziano a farsi prendere troppo la mano con le punizioni agli allievi, finendo per dare il via a un massacro.

Ora: io con la scuola ho sempre avuto un brutto rapporto, ma se con la vita da studente era un rapporto di amore e odio, quello con i professori è stato sempre e solo un rapporto di odio. Per questo riesco a sentirmi inebriato, e a tornare al livello intellettivo della pietra pomice, ogni singola volta che vedo Classe 1999. Da una parte vivo l’estasi del lato nerd della mia anima, che sognava di vedere robot del genere anche nella realtà e non solo nei suoi sogni erotici con la fidanzata di Mazinga Z. Dall’altra parte, invece di qualche variabile che mi aiuti a bilanciare l’equazione e restare coi piedi per terra, trionfa l’odio per i professori, specialmente quelli che disprezzano tutto ciò che è divertimento e spirito di classe.

Inutile dire che la mia simpatia va tutta al protagonista, interpretato da Bradley Gregg, che riesce a rompere il culo ai robot e a farsi inesorabilmente la figlia acqua e sapone del preside (una Traci Lind che riesce ancora a fare la sua bella figura), cosa che, ai tempi del liceo, ti rendeva famoso e stimato quanto uno che riesce a vincere da solo la guerra in Vietnam usando una pistola ad acqua e una fialetta puzzolente.

Dato i presupposti, quindi, mi è impossibile non adorare e promuovere in toto Classe 1999. In fondo è un piccolo cult generazionale e si sa, in questi casi, ogni limite riusciva ad essere nascosto dall’affetto e la passione che il film sapeva trasmettere. Se si fossero avuti più soldi per ingaggiare nomi più famosi, o avere effetti speciali di migliore qualità (e va tenuto presente che, nonostante l’età, sono ancora più che dignitosi), probabilmente si sarebbe parlato di tutt’altro film.

Questa piccola chicca della fantascienza (che poi a vedere come e in che direzione le cose nelle scuole siano cambiate con gli anni una riflessione su quanto sia stato avanti con i tempi questo film diventa inevitabile), dimostra ancora una volta che, se dietro a un progetto c’è una storia scritta, diretta e interpretata con la giusta passione, il budget è solo un aspetto marginale per chi dal film viene catturato ben prima di avere la VHS tra le mani.

Paranormal Experience 3D

Decisamente penoso. Basterebbero queste parole a liquidare questo film ed evitare a qualcuno di perdere 90 minuti della propria vita. Ma per quelli che non hanno abbastanza spirito di conservazione per fidarsi, andiamo ad analizzare cosa sprofonda Paranormal Xperience nell’oblio senza fine.

Tanto per cominciare, la storia. Penosa e priva di alcuno spunto originale, si riduce a un miserabile copia e incolla di parti di sceneggiature già viste e riviste, e non si può certo dire che si trattasse di idee troppo valide anche quando sono state viste la prima volta.

C’è il solito gruppo di studenti fighetti e arrapati che decidono di girare un reportage su un paesino di minatori abbandonato dove il medico locale impazzì e iniziò a sterminare tutti torturandoli a morte. Ovviamente il paese pare essere ancora infestato, quindi l’idea di passare la notte isolati nel paese non può che essere vincente. Quasi come l’idea di separarsi dal gruppo al minimo accenno di rumore inquietante, cosa che innescherà l’immancabile sequenza di morti violente e premature (in cui, però, il sangue viene dosato con la massima parsimonia).

Ma le note dolenti non finiscono qui, la recitazione è al limite della soap opera e sembra evidente che i protagonisti siano scarti del cast di Paso adelante che, al confronto, sembra l’Amleto. Il cattivo di turno, o presunto tale, ha un aspetto semplicemente ridicolo. Probabilmente Casper saprebbe spaventare di più, senza contare che non si capisce mai se sia un fantasma invisibile o un’entità tangibile, almeno fino al più che prevedibile colpo di scena finale, che è quanto di più penalizzante si possa vedere in un film horror sui fantasmi. Anche le parti del film in cui si tenta di decifrare le personalità dei personaggi scivolano nel ridicolo alla velocità della luce, tra improbabili traumi infantili (tutti riguardanti le donne) e banali perversioni represse (riservate esclusivamente agli uomini). Non male, però, la location del paesino abbandonato, probabilmente un regista più a suo agio con il genere l’avrebbe sfruttata meglio.

Anche stavolta siamo di fronte ad un’occasione sprecata. Il 3D non viene praticamente sfruttato e finisce per rendersi utile quanto una scorreggia in bottiglia, non perchè la tecnologia sia effettivamente valida o meno (cosa che non sempre si riesce a capire), ma perchè in tutto il film non c’è una sola scena in cui venga utilizzato come si deve, complice anche una mediocrità generale a livelli imbarazzanti.

Un vero peccato che si siano spesi soldi e tempo per un film così approssimativo, il cui unico merito (per quelli che devono per forza vedere il buono in ogni cosa) è quello di aver regalato un briciolo di notorietà a dei ragazzi con il viso da poster che probabilmente non rivedremo mai più su uno schermo.

La speranza è che l’avvenire della scena horror spagnola sia almeno all’altezza dell’exploit che l’ha portata alle cronache, perchè così non ci siamo proprio, e troppi passi falsi come questo rischiano di far dimenticare in fretta anche i migliori lavori di Balaguerò o Del Toro.

C’era un tempo in cui la gente per bene poteva dormire sonni tranquilli, perchè poteva sempre contare sulla sicurezza che, nei momenti più oscuri e nefasti, qualcuno avrebbe partorito un’idea talmente idiota da risultare geniale, facendo tornare ad ardere il sacro fuoco dell’ignoranza e del super coattume cinematografico.

Nell’ormai lontano 1981, i campioni indiscussi e acclamati di tutto l’universo in quella particolare disciplina chiamata Merdathlon furono H.A. Milton (suo il merito di una sceneggiatura la cui eleganza rivaleggia con le scoreggie di Bombolo), un formidabile tridente composto da Ovidio G. Assonitis, Chako Van Leuwen e Jeff Schechtman alla produzione e, ciliegina sulla torta: James Cameron alla regia (che subito dopo aver terminato le riprese deve aver inventato il flusso canalizzatore che gli permise di dare una notevole raddrizzata alla propria carriera). Grazie a questo dream team, a noi comuni mortali fu concessa la possibilità di gustarci il sequel di Piranha (il film di Joe Dante, non certo il remake), uno dei pochi film del filone eco-vengeance capace di reggere il confronto con Lo Squalo di Spielberg.

Ovviamente, un film di tale caratura si trova a suo agio accanto al suo predecessore come Eros Ramazzotti si troverebbe a suo agio a cantare nei Metallica, ma il film diretto da Cameron può vantare dei pesci piranha incazzati e dotati di ali (non è uno scherzo, non ho visto male, qualcuno ha avuto il coraggio di produrre questa idea per davvero!). Comunque, in mondo incantato in cui i buchi di sceneggiatura sono solo leggende metropolitane, ritroviamo un altro branco di piranha vittime di esperimenti militari (visto che nel film di Joe Dante tali esperimenti avevano portato notevoli migliorie alla qualità della vita dell’uomo, non ci sorprende che qualcuno abbia pensato bene di farci porcate ben peggiori), ad infestare le pacifiche acque nei pressi di un villaggio, che potrebbe essere tanto jamaicano quanto romagnolo, rovinando la festa a chiunque decida di divertirsi troppo in vacanza. Ovviamente sulla loro strada troveranno uno stracazzuto sceriffo interpretato da Lance Henricksen e aiutato dalla notevole Tricia O’Neil nel ruolo dell’ex moglie istruttrice subacquea e aspirante Sigourney Weaver.

Sia chiaro che quando si parla di film eco-vengeance tendo a non ragionare troppo sul giudizio, che questo film è stato una delle colonne portanti della mia infanzia al pari de Lo Squalo, Piranha (sempre di Dante) e Grizzly l’orso che uccide, e che nutro la massima stima per l’idea di dotare di ali i pesci piranha (talmente perversa, cafona e malsana da risultarmi irresistibile). Il film, per me, è uno splendido b-movie a stelle e striscie capace di rendere il massimo se si guarda in un drive-in, ma ai palati più raffinati risulterà sicuramente una cazzatona di livello biblico, paragonabile alle peggiori produzioni di casa Asylum.

MonstersSe tu impari karate va bene. Se non impari karate va bene. Se tu impari karate-speriamo, ti schiacciano come uva.

In questa citazione del mitico Pat Morita si può racchiudere tutto il senso di questo film. Esordio del regista Gareth Edwards, che ha raccolto parecchi consensi, spinto dal successo di pellicole come Cloverfield e District 9. Sicuramente il risultato ottenuto dal regista è notevole, specialmente in considerazione del fatto che l’abbia ottenuto con un budget molto vicino ai 500.000 dollari.

Il film fa dell’atmosfera disincantata e malinconica la propria colonna portante e, se per gli amanti delle riflessioni politico-sociologiche potrebbe risultare una vera manna dal cielo, per chi è in cerca di azione, distruzione e spettacolarità questo film potrebbe facilmente avere l’impatto di un mattone che ti centra in pieno i testicoli dopo essere stato lanciato dal ventesimo piano di un palazzo.

Confesso di appartenere alla seconda categoria. E, anche se da un film sui mostri mi aspetto di vedere mostri spesso e volentieri, il film di Gareth Edwards raggiunge comunque la sufficienza per la storia e per lo stile in cui viene raccontata.

La storia parla di giganteschi alieni che invadono il messico settentrionale, rendendo inabitabile tutta la zona, fino al confine con gli Stati Uniti. Un giornalista viene incaricato di recuperare la figlia del suo capo e di riportarla in America ma, a causa di un imprevisto, si troveranno costretti ad attraversare a piedi la zona di quarantena.

E’ più che apprezzabile l’intenzione di voler dire qualcosa di nuovo sul tema dell’invasione aliena, e alcuni spunti interessanti si notano senza stare troppo a fare i critici cinematografici. Forse, però, la qualità del film ne avrebbe giovato se si fossero spiegati in maniera meno frettolosta (per non dire del tutto assente) alcuni passaggi. Tipo il perchè un giornalista accetti di rischiare il culo per recuperare la figlia del capo che, si presume, sia un semplice direttore di giornale e non abbia abbastanza potere per far leva sulla voglia di un uomo di rischiare la vita. O il perchè la figlia del capo sia scappata in Messico abbandonando il fidanzato che dovrà sposare a breve.

Anche la caratterizzazione dei mostri, purtroppo, è riuscita solo fino ad un certo punto. Sarebbe impossibile descriverli senza rovinare il gusto di scoprirli durante il film (cosa che per alcuni potrebbe essere l’unico motivo per arrivare fino alla fine della pellicola). Personalmente ho apprezzato il coraggio di proporre mostri giganteschi, che potessero reggere il confronto con quello di J.J. Abrams in Cloverfield, ma se fossero stati imbottiti con qualche steroide in più non mi sarei certo offeso. Ma confesso che ho goduto parecchio nella citazione a Jurassic Park (la scena del T-Rex che attacca la jeep, per intenderci) che il regista ci regala verso la fine del film.

La nota dolente del film, sempre tenendo conto che è un fan dei robottoni giapponesi a parlare, è il rimo fin troppo dilatato della narrazione, in cui, purtroppo, i mostri vengono sempre e solo visti di sfuggita o parzialmente. E quell’unica volta in cui viene data l’opportunità di goderseli per intero, viene piazzata in un contesto che non certo all’altezza delle aspettative. Praticamente tutto l’opposto di Cloverfield, in cui il mostro si vede poco, ma è sempre in un contesto abbastanza movimentato (senza contare che quello era un mockumentary, mentre Monsters è un film con riprese “tradizionali” e che Abrams è sicuramente un furbacchione).

Diciamo che questo Monsters è un film valido se lo si guarda come un modo delicato, malinconico e riflessivo di concepire un determinato filone fantascientifico. Tutti quelli che amano vedere mostri orrendi che spaccano tutto e sventrano cristiani ogni due minuti finiranno per rimanere delusi. A me non è certo dispiaciuto, e non mi sento di bocciarlo, ma ora corro a rifarmi gli occhi con Predator.

InsidiousPossano Leigh Whannel, Oren Peli e James Wan avere pietà di me, perché io, verso di loro, non ne avrò affatto. Mi riesce difficile dimostrarmi indulgente nei confronti di un film che, dopo essere stato  così pompato dal marketing, mi aveva quasi convinto di poter essere veramente l’horror più spaventoso degli ultimi anni.

E invece no, anche Insidious si dimostra una piacevole, quanto effimera cazzata. Intendiamoci: non è un brutto film, specialmente di questi tempi e con il nuovo capitolo della saga di Twilight in arrivo, ma, se lo spacciano per film che fa cagare addosso, uno si crea determinate aspettative e non bastano due salti sulla sedia (per colpa delle botte di volume) ad evitare che queste crollino inesorabilmente.

Tanto per cominciare, la storia ha un incipit che più visto e stravisto non si potrebbe. Famiglia felice, trasloco in una nuova casa, rumori inquietanti, bambini rompipalle, moglie a favore della teoria dei fantasmi e marito dubbioso e distaccato e, dulcis in fundo, inevitabile inculata soprannaturale/demoniaca.

In pratica Whannel (lo sceneggiatore), fotocopia lo script di Poltergeist, tagliando le scene in cui il plagio sarebbe stato troppo evidente e sostituendole con argomenti a dir poco imbarazzanti, o meglio, trattati in modo più che discutibile.

In insidious si salvano alcune scene in cui il talento di James Wan riesce ad esprimersi in modo efficacie, e mi spiace seriamente vedere un regista potenzialmente talentuoso come lui restare incastrato nei vincoli e nelle strategie dei film mainstream che fanno dell’essere tamarri la loro sola ragione di esistere. Alcune apparizioni fanno davvero effetto, soprattutto la vecchia con la candela e un altro paio di fantasmi (o quello che sono, perché tra le varie spiegazioni “ibride”, ovviamente, ci si dimentica di chiarire fino in fondo questo punto della storia).

Per il resto, il film non è che un susseguirsi di scene e tecniche di ripresa visti e stravisti in film sicuramente peggio riusciti, ma che mantenevano una certa umiltà nello sponsorizzarsi. Con questo non boccio assolutamente il lavoro di Wan, che ha il grande merito di realizzare riprese efficaci, soprattutto tenendo conto del fatto che sulle case infestate e i fantasmi si è davvero visto e detto di tutto e di più.

James Wan, tuttavia, ha la colpa di aver accettato di lavorare con quei due cazzoni di Whannel, Peli, che non si fanno alcun problema a stendere il discreto lavoro svolto dal regista, stenderlo delicatamente su dei binari e passarci sopra più e più volte con un treno da 200 vagoni carico di tutta la loro ignoranza verso il cinema horror (ignoranza che in 200 vagoni sta anche un po’ stretta, se vogliamo puntualizzare).

Parliamoci chiaro, mi spiace rivelare così tanto del film, ma non riesco a trovare altri modi per rendere l’idea: è mai possibile essere pagati fior di dollaroni per scrivere di un demone con la faccia da Sith e il corpo rachitico e peloso? O far indossare ad una medium una maschera antigas collegata all’orecchio di un povero coglione durante una seduta spiritica (con la scusa che avrebbe parlato troppo piano)? Evidentemente se ti chiami Leigh Whannel, nella vita qualcuno ti pagherà profumatamente anche per scrivere certe cazzate. E poi, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, non mi pare lo sceneggiatore sia stato in grado di approfondire come si deve il tema del viaggio astrale, anzi, in parecchie situazioni sembra proprio si sia documentato leggendo un manuale scritto dal mago Otelma.

In definitiva, Insidious parte nella direzione ottimale per centrare un bersaglio che sta rimanendo intoccabile da ormai parecchi anni, peccato che ci siano due cazzari professionisti a sospingere questo lavoro, deviandone la giusta direzione e facendolo finire praticamente in mare aperto.

A Leigh Wannel e Oren Peli resta il consiglio di farsi un paio d’anni di manodopera pesante sotto il sole prima di affacciarsi ad un nuovo lavoro cinematografico, mentre a James Wan si consiglia di cancellare le amicizie con i suddetti individui da Facebook, di cambiare casa (e se esiste il karma, speriamo te ne capiti una veramente posseduta) e numero di telefono, di prendere un respiro profondo e meditare un po’ di più sulle future offerte di lavoro, prima di fottersi completamente il talento che gli è stato regalato.

Raramente è capitato, o forse non è ancora mai successo, che un remake si sia elevato, o abbia addirittura superato, la qualità e la bellezza del film da cui ha tratto spunto. Fortunatamente, nel caso di The Blob, è successo esattamente questo.

Il film originale, uscito nel 1958, era uno spasso da drive-in per tre principali motivi: è ambientato in un paesino in Pennsylvania, c’è Steve McQueen e c’è un alieno cattivo. Questi tre semplici elementi, non si limitavano a far girare l’industria cinematografica americana di un tempo, ma contribuiscono da sempre ad attirare plotoni di nerd che sognavano di cavalcare una moto dotata di modella tettuta come il protagonista di turno.

Purtroppo il film del ’58 è rimasto penalizzato dai mezzi dell’epoca ed esce con le ossa discretamente tritate dal confronto con questo remake. Infatti, la versione anni ’80 del film ha una marcia in più su quasi tutti i fronti (trovare uno Steve McQueen è tutt’ora impossibile e non basta certo sostituirlo con un Kevin Dillon qualunque). Inanzitutto è stato risceneggiato da Frank Darabont (che di sceneggiature belle e appassionanti ne ha realizzate parecchie) e da Chuck Russel (che lo ha anche diretto). Inoltre, nel casta troviamo una giovane Shawnee Smith (che recentemente è tornata famosa interpretando la stronzissima Amanda nella saga di Saw), e, piccola curiosità, un’esordiente Erika Eleniak (ma quest’ultima chicca la potranno apprezzare solo i fan di vecchia data di Baywatch). Oltre ad avere un pedigree rispettabilissimo, questo The Blob è anche più colorato e sfarzoso, ha un blob più realistico, ed è decisamente più splatter e spietato. Basti vedere la scena del tizio che viene preso per la testa e risucchiato nello scarico del lavandino che, a mio avviso, vale da sola la visione del film e si piazza nella top five delle scene più impressionanti che io abbia mai visto.

Oltre ad essere uno dei remake meglio riusciti che mi sia mai capitato di vedere, The Blob si fa apprezzare anche per un cast umile ma degno del massimo rispetto, pieno di ottimi caratteristi e volti noti ai fan dell’horror anni’80 che contribuiscono non poco a creare quell’atmosfera vincente che ti fa sentire sempre a casa di amici e che ti inchioda, sempre e comunque, allo schermo, mentre quella vocina fastidiosa che ripete al tuo cervello che stai guardando una cazzata di film viene allegramente mandata a farsi fottere.

Il bello di questi film è proprio questo: tu lo sai bene che non sono perfetti, che ci sono degli errori o che, semplicemente, è tutto troppo incongruente per applaudirlo. Ma in quei due secondi spesi a formulare queste inutili considerazioni un bifolco qualsiasi in camicia di flanella o un quarterback con la giacca del liceo hanno già fatto qualcosa che ti ha spinto a prendere la prima schifezza ipocalorica masticabile dalla dispensa, a stappare una birra fresca e ad allungare le gambe decretando l’arrivo inesorabile del rutto libero e dello spanzamento creativo. E a quel punto ti ritrovi senza, saperlo spiegare, all’interno del film. Ospite d’onore nel bel mezzo di un’avventura che mai avresti potuto vivere.

In sostanza, The Blob è l’ennesimo emblema di cinema che non viene più fatto, e probabilmente non riuscirà più a venir fatto per molto tempo. Nonchè una lezione importante su come realizzare un buon prodotto anche quando la fantasia di scrivere qualcosa di nuovo viene a mancare. Per non parlare della forza con cui dimostra, dopo 23 anni, che quando un film viene girato con cuore e passione il risultato non potrà che essere eccellente sotto ogni aspetto.