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ImmagineParlando di cinema, esistono pellicole per le quali il tempo non sembra passare mai, ed è più che salutare lasciarsi andare ai sentimentalismi, al ricordo di sensazioni distorte dal passare del tempo e alla freschezza del trasporto che solo una sana ingenuità è capace di regalare. Una di queste è, almeno per quanto mi riguarda, Classe 1999. Film diretto da Mark L. Lester nel 1989 e versione più tamarra e meno riflessiva del suo precedente Classe 1984, da cui praticamente eredita solo il tema della violenza nelle scuole.

Per godersi in pieno un film come Classe 1999 è necessario, appunto, essere dei sognatori. Ma non parlo di chi sogna gli unicorni che cavalcano arcobaleni e principi azzurri vari, bensì chi sogna di radere al suolo qualsiasi ostacolo verso la propria libertà.

Ovviamente, essendo un film ambientato in un liceo, più lo spettatore è carico di odio verso la scuola, i professori e tutto ciò che potrebbe far parte della routine di un ragazzino, più la goduria sarà assicurata.

Abbiamo un futuro, a quei tempi non troppo lontano, in cui le scuole erano assediate da gang di balordi che avevano terreno fertile per fare di tutto fuorché aprire un libro. Uno sfigatissimo preside (il mitico Malcolm McDowell) e uno stronzissimo scienziato (uno Stacy Keach dagli occhi inquietanti) tentano di ristabilire l’ordine e dare l’esempio, utilizzando tre robot da combattimento travestiti da insegnanti (Pam Grier, Patrick Kilpatrick e John Ryan), per ristabilire la disciplina nelle classi. Tutto sembrerebbe funzionare alla perfezione, se non fosse che i robot iniziano a farsi prendere troppo la mano con le punizioni agli allievi, finendo per dare il via a un massacro.

Ora: io con la scuola ho sempre avuto un brutto rapporto, ma se con la vita da studente era un rapporto di amore e odio, quello con i professori è stato sempre e solo un rapporto di odio. Per questo riesco a sentirmi inebriato, e a tornare al livello intellettivo della pietra pomice, ogni singola volta che vedo Classe 1999. Da una parte vivo l’estasi del lato nerd della mia anima, che sognava di vedere robot del genere anche nella realtà e non solo nei suoi sogni erotici con la fidanzata di Mazinga Z. Dall’altra parte, invece di qualche variabile che mi aiuti a bilanciare l’equazione e restare coi piedi per terra, trionfa l’odio per i professori, specialmente quelli che disprezzano tutto ciò che è divertimento e spirito di classe.

Inutile dire che la mia simpatia va tutta al protagonista, interpretato da Bradley Gregg, che riesce a rompere il culo ai robot e a farsi inesorabilmente la figlia acqua e sapone del preside (una Traci Lind che riesce ancora a fare la sua bella figura), cosa che, ai tempi del liceo, ti rendeva famoso e stimato quanto uno che riesce a vincere da solo la guerra in Vietnam usando una pistola ad acqua e una fialetta puzzolente.

Dato i presupposti, quindi, mi è impossibile non adorare e promuovere in toto Classe 1999. In fondo è un piccolo cult generazionale e si sa, in questi casi, ogni limite riusciva ad essere nascosto dall’affetto e la passione che il film sapeva trasmettere. Se si fossero avuti più soldi per ingaggiare nomi più famosi, o avere effetti speciali di migliore qualità (e va tenuto presente che, nonostante l’età, sono ancora più che dignitosi), probabilmente si sarebbe parlato di tutt’altro film.

Questa piccola chicca della fantascienza (che poi a vedere come e in che direzione le cose nelle scuole siano cambiate con gli anni una riflessione su quanto sia stato avanti con i tempi questo film diventa inevitabile), dimostra ancora una volta che, se dietro a un progetto c’è una storia scritta, diretta e interpretata con la giusta passione, il budget è solo un aspetto marginale per chi dal film viene catturato ben prima di avere la VHS tra le mani.

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American psychoPer quanto io sia dell’opinione che ogni storia vada raccontata, ammetto che questo romanzo di Bret Easton Ellis sia un vero pugno allo stomaco. Non che io sia di gusti delicati, anzi, ho iniziato a masticare pane e splatter da quando ho finito la quinta elementare. Eppure in questo romanzo, più di una volta, lo stomaco viene messo a dura prova con scene di una violenza e di una crudeltà che ho visto raramente.

Se si considera, inoltre, che questo libro ha anticipato di diversi anni la recente inclinazione voyeuristca che ha invaso l’horror negli ultimi tempi, capiamo quanto la storia e certi passaggi in particolare abbiano una potenza devastante.

Brett Ellis ci fa sprofondare nella vita di Patrick Bateman un giovane e ricco yuppie di Manhattan, impiegato in un ruolo prestigioso  a Wall Street. Ma mentre di giorno Patrick vive una vita basata su pranzi di lavoro, locali alla moda e riunioni a base di cocaina tra amici, al calare delle tenebre lascia che la sua frustrazione esploda, tramutandosi nell’assoluto disprezzo degli emarginati, invidia nei confronti dei colleghi, e totale distacco verso le donne, rivelando la personalità del serial killer che da sempre è in lui.

La cosa più assurda nel modo di raccontarci la vita di Bateman che Ellis utilizza, è l’indifferenza e la non curanza totale con la quale si passa dalle fantasie più spietate e sadiche, ai dialoghi più inutili e vanesi che mi sia mai capitato di leggere. Poi, proprio quando si pensa di aver acquistato una versione anni ’80 di Sex and the City, la pazzia di Bateman (e a volte viene il dubbio che lo stesso Ellis ne sia affetto) colpisce durissima, rapida e implacabile come olio bollente che schizza di colpo sulla pelle. La tecnica funziona alla grande, sia chiaro, tranne qualche “vuoto mentale” realizzato lasciando in sospeso il capitolo proprio nel bel mezzo di una frase che stacca fa spesso girare la testa per la rapida del tutto. Il lettore, infatti, si trova avvolto nella vuota routine di uno yuppie alla perenne ricerca di qualcosa che, nonostante i mezzi a disposizione gli consentano di ottenere qualsiasi cosa, continua a non trovare. Tentando di colmare quel vuoto con omicidi sempre più efferati.

Se nella prima parte del racconto Ellis vuole tenere sotto controllo ogni situazione, cercando di ricoprirla con una patina di normalità, dopo qualche capitolo si comincia a precipitare in un delirio in cui ci si trova completamente immersi prima di rendersene conto. Non si ha il tempo di riflettere su quello che succede attorno al protagonista, che ci si ritrova coinvolti in un’orgia o in un massacro a base di torture ai danni delle vittime più impensabili.

E credetemi, se fate fatica a tenere gli occhi aperti guardando film come Saw, Hostel o Martyrs perchè pensate che abbiano sorpassato le frontiere della sadicità e della tortura, il romanzo di Ellis, scritto nel 1991, non fa decisamente per voi. Direi che la celebre citazione di Nietzsche “Quando guardi a lungo nell’abisso l’abisso ti guarda dentro” si sposa alla perfezione con quello che, probabilmente, susciterà nei lettori meno abituati questo romanzo. Quindi se per voi i serial killer sono persone cattive che uccidono e poi vengono beccati dell’agente dell’FBI di turno, è meglio che leggiate Twilight, perchè anche Hannibal Lecter sembra Pippo di Walt Disney in confronto a Patrick Bateman.

Consigliato, ma solo a chi non è impressionabile. A tutti gli altri, se proprio dovete ficcare il naso, guardate il film. Ma sappiate che tutte le scene di violenza e pornografia sono state tagliate o ridimensionate in un modo che definire drastico sarebbe riduttivo.

Quel Motel Vicino alla PaludeSporco. Malsano. Claustrofobico. Bastano questi tre aggettivi a descrivere il film di Tobe Hooper. Un lavoro che in molti, spesso, tendono a giudicare inferiore al ben più famoso ed osannato “Non aprite quella porta”, ma che, al contrario del suo predecessore, non lascia alcun senso di liberazione dall’angoscia e dall’orrore al termine della visione. Il regista texano porta in scena l’altra faccia della provincia americana, e lo fa senza filtri o censure, mostrando scenari e personaggi marci e psichedelici come non riuscirà più a fare nelle sue opere successive (Il tunnel dell’orrore si potrebbe salvare, ma non raggiunge comunque picchi del genere).

Se per “Non aprite quella porta”, Leatherface e gli altri personaggi e i fatti furono ispirati alle gesta di Ed Gein, qui Hooper spinge il piede sull’acceleratore della fantasia, sfornando caratterizzazioni a dir poco inquietanti, estremizzando al massimo ciò che a suo tempo produsse Psycho.

In questo film non c’è traccia di famiglie felici che viaggiano su una station wagon. Non troveremo ragazzi del college che fanno gli eroi e fanno innamorare la reginetta del ballo. Non troveremo paesaggi incantevoli in cui sarebbe splendido fare un pic nic e rotolarsi nel prato parlando del futuro. Qui abbiamo maniaci sessuali (da applausi la prova di un giovane Robert Englund la cui carriera ancora doveva prendere forma), prostitute, alcolizzati, pazzi sadici e famiglie allo sfascio. Tutto diretto in maniera disturbante tra ambientazioni perfettamente squallide e ammuffite come il motel, un bordello e il bar in cui nessuno sano di mente si fermerebbe a bere una spuma.

Chi entra allo Starlight Hotel (questo è il nome dell’albergo in cui il film è ambientato), resta schiacciato da paranoie e sudiciume, chiuso a chiave dall’esterno in una stanza a cui confronto, anche l’angolo più buio del Bates Motel sembrerebbe una camera da letto pre confezionata dell’Ikea. Qui ogni parete è marcia e sudicia, racchiusa in spazi angusti e vittima di un’illuminazione psichedelica (volutamente estremizzata dal regista per sovraccaricare i sensi dello spettatore).

E veniamo all’odiato momento del “racconta la trama per rendere l’idea”: Judd (Neville Brand) è un reduce di guerra paranoico e serial killer. Il suo modus operandi consiste nell’uccidere i clienti del suo fatiscente motel per poi gettarli in pasto all’alligatore che vive nella palude accanto allo struttura. E’ in questo motel che si incrociano le vicende di una famiglia all’apparenza qualunque, un padre in cerca della figlia prostituta e altri personaggi dalla moralità a dir poco non pervenuta.

In sostanza ci si trova di fronte a quella che gli amanti degli horror ambientati nella provincia americana (quella vera, non quella fatta di football e sorrisi tra bei ragazzi) potrebbero definire l’opera migliore di Tobe Hooper. Chi ha apprezzato e vissuto il disturbo trasmesso da “Non aprite quella porta” si potrà godere una nuova ondata di malesseri vari, volti a mostrare la parte più scomoda e degenerata dell’america di quegli anni. Quelli a cui il secondo film di Hooper ha creato disturbi seri e rivoltamenti di stomaco, è meglio si tengano alla larga da questo terzo film, perchè, sebbene la storia possa considerarsi banale, già vista e linerare, tutto viene estremizzato in maniera superba colpendo in pieno i punti deboli di tutti quelli che si credono al sicuro, sprofondati nella poltrona di casa a guardare il film e mangiare schifezze. Ma per tornare a sentirsi protetti dal caldo abbraccio della vita, sarà sufficiente evitare di guardare “Il tunnel dell’orrore” (quinto film come unico regista di Hooper) e proseguire in tutta sicurezza verso il resto della filmografia del Tobe Hooper regista.

 

InsidiousPossano Leigh Whannel, Oren Peli e James Wan avere pietà di me, perché io, verso di loro, non ne avrò affatto. Mi riesce difficile dimostrarmi indulgente nei confronti di un film che, dopo essere stato  così pompato dal marketing, mi aveva quasi convinto di poter essere veramente l’horror più spaventoso degli ultimi anni.

E invece no, anche Insidious si dimostra una piacevole, quanto effimera cazzata. Intendiamoci: non è un brutto film, specialmente di questi tempi e con il nuovo capitolo della saga di Twilight in arrivo, ma, se lo spacciano per film che fa cagare addosso, uno si crea determinate aspettative e non bastano due salti sulla sedia (per colpa delle botte di volume) ad evitare che queste crollino inesorabilmente.

Tanto per cominciare, la storia ha un incipit che più visto e stravisto non si potrebbe. Famiglia felice, trasloco in una nuova casa, rumori inquietanti, bambini rompipalle, moglie a favore della teoria dei fantasmi e marito dubbioso e distaccato e, dulcis in fundo, inevitabile inculata soprannaturale/demoniaca.

In pratica Whannel (lo sceneggiatore), fotocopia lo script di Poltergeist, tagliando le scene in cui il plagio sarebbe stato troppo evidente e sostituendole con argomenti a dir poco imbarazzanti, o meglio, trattati in modo più che discutibile.

In insidious si salvano alcune scene in cui il talento di James Wan riesce ad esprimersi in modo efficacie, e mi spiace seriamente vedere un regista potenzialmente talentuoso come lui restare incastrato nei vincoli e nelle strategie dei film mainstream che fanno dell’essere tamarri la loro sola ragione di esistere. Alcune apparizioni fanno davvero effetto, soprattutto la vecchia con la candela e un altro paio di fantasmi (o quello che sono, perché tra le varie spiegazioni “ibride”, ovviamente, ci si dimentica di chiarire fino in fondo questo punto della storia).

Per il resto, il film non è che un susseguirsi di scene e tecniche di ripresa visti e stravisti in film sicuramente peggio riusciti, ma che mantenevano una certa umiltà nello sponsorizzarsi. Con questo non boccio assolutamente il lavoro di Wan, che ha il grande merito di realizzare riprese efficaci, soprattutto tenendo conto del fatto che sulle case infestate e i fantasmi si è davvero visto e detto di tutto e di più.

James Wan, tuttavia, ha la colpa di aver accettato di lavorare con quei due cazzoni di Whannel, Peli, che non si fanno alcun problema a stendere il discreto lavoro svolto dal regista, stenderlo delicatamente su dei binari e passarci sopra più e più volte con un treno da 200 vagoni carico di tutta la loro ignoranza verso il cinema horror (ignoranza che in 200 vagoni sta anche un po’ stretta, se vogliamo puntualizzare).

Parliamoci chiaro, mi spiace rivelare così tanto del film, ma non riesco a trovare altri modi per rendere l’idea: è mai possibile essere pagati fior di dollaroni per scrivere di un demone con la faccia da Sith e il corpo rachitico e peloso? O far indossare ad una medium una maschera antigas collegata all’orecchio di un povero coglione durante una seduta spiritica (con la scusa che avrebbe parlato troppo piano)? Evidentemente se ti chiami Leigh Whannel, nella vita qualcuno ti pagherà profumatamente anche per scrivere certe cazzate. E poi, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, non mi pare lo sceneggiatore sia stato in grado di approfondire come si deve il tema del viaggio astrale, anzi, in parecchie situazioni sembra proprio si sia documentato leggendo un manuale scritto dal mago Otelma.

In definitiva, Insidious parte nella direzione ottimale per centrare un bersaglio che sta rimanendo intoccabile da ormai parecchi anni, peccato che ci siano due cazzari professionisti a sospingere questo lavoro, deviandone la giusta direzione e facendolo finire praticamente in mare aperto.

A Leigh Wannel e Oren Peli resta il consiglio di farsi un paio d’anni di manodopera pesante sotto il sole prima di affacciarsi ad un nuovo lavoro cinematografico, mentre a James Wan si consiglia di cancellare le amicizie con i suddetti individui da Facebook, di cambiare casa (e se esiste il karma, speriamo te ne capiti una veramente posseduta) e numero di telefono, di prendere un respiro profondo e meditare un po’ di più sulle future offerte di lavoro, prima di fottersi completamente il talento che gli è stato regalato.

Dark Night of the ScarecrowUna delle cose che più di ogni altra è in grado di dare un senso ad una ricorrenza assolutamente americana, è la scoperta di alcune chicche di cui mai saresti venuto in possesso, se non grazie alla malsana idea di qualche amico di festeggiare Halloween allestendo un piccolo drive-in casalingo e lanciarsi in una maratona di film horror per passare la notte tra film iper cafoni, risate e rutto libero.

Dark Night of the Scarecrow (ribattezzato in Italia in “Lo spaventapasseri”) fa parte di quella schiera di film che nascono per essere perdenti. Agli occhi di un critico sarebbe la vittima ideale da mettere in croce, eppure, se si guarda con il giusto spirito e la giusta atmosfera, il film diretto da Frank De Felitta  può divertire parecchio.

La storia, senza stare a rivelare troppo, ruota intorno ad un episodio di giustizia sommaria perpetrato in un piccolo paese di campagna. A farne le spese è l’immancabile scemo del paese, che torna prontamente dall’aldilà per vendicarsi del torto e mettere in mostra quello che agli occhi degli altri cittadini è stato nascosto (o si è fatto finta di non vedere).

Nonostante i numerosi difetti, e la realizzazione piuttosto approssimativa, saltano in modo evidente parecchi punto di incontro con il Nightmare di Wes Craven, e riesce piuttosto difficile rendergli merito di tutta la carica innovativa di cui gode, soprattutto pensando che Dark Night of the Scarecrow è del 1981, mentre il film di Craven è del 1984. Comunque, per quanto trovi Craven sopravvalutato, il suo film ha partorito Freddy Krueger, e su questo non c’è niente da ridire.

Tornando al nostro spaventapasseri, il film fa funzionare tutto (a suo modo, ovviamente), grazie a delle ambientazioni suggestive come le campagne americane, a dei personaggi ben riusciti e macchiettistici al punto giusto, interpretati da alcuni tra i migliori caratteristi americani dell’epoca, Larry Drake su tutti.

Al di là dell’aspetto tecnico o del valore cinematografico del film, che mi rendo conto potrebbe risultare insulso ai più, la cosa che mi ha lasciato un piccolo spazio nel cuore per questa pellicola è il finale.

Perchè va detto: negli horror di un certo periodo c’era un modo di interpretare il finale e chiudere il film che non poteva non rendertelo bellissimo, anche quando di sangue, mostri e uccisioni non se ne vedevano affatto. Per esempio: avete presente il finale di venerdì 13? dove c’è la ragazza sulla canoa in mezzo al lago? O la scena di chiusura (e se dall’acqua fosse uscita una mano credo mi sarei alzato ad applaudire) di “Un tranquillo week end di paura”? Praticamente in questo film la tecnica è la stessa, e dopo che la corda viene tirata per tutta la proiezione, la voglia di vedere uno spaventapasseri posseduto è davvero alta, quindi certe scene fanno sempre la loro porca figura.

In sostanza, Dark Night of the Scarecrow resta sempre in bilico sul sottile filo che separa un film spassoso e spensierato da una mastodontica cagata. E forse, proprio perchè è il coinvolgimento dello spettatore a decretarne il successo o il decesso, si tratta del film ideale per certe serate in cui il cervello deve rigorosamente mantenersi spento. O perlomeno, va tenuto spento fino al finale, dove la fantasia e l’immaginazione del pubblico vengono lasciati a briglia sciolta, liberi di correre nella direzione che ognuno di noi preferisce.

Raramente è capitato, o forse non è ancora mai successo, che un remake si sia elevato, o abbia addirittura superato, la qualità e la bellezza del film da cui ha tratto spunto. Fortunatamente, nel caso di The Blob, è successo esattamente questo.

Il film originale, uscito nel 1958, era uno spasso da drive-in per tre principali motivi: è ambientato in un paesino in Pennsylvania, c’è Steve McQueen e c’è un alieno cattivo. Questi tre semplici elementi, non si limitavano a far girare l’industria cinematografica americana di un tempo, ma contribuiscono da sempre ad attirare plotoni di nerd che sognavano di cavalcare una moto dotata di modella tettuta come il protagonista di turno.

Purtroppo il film del ’58 è rimasto penalizzato dai mezzi dell’epoca ed esce con le ossa discretamente tritate dal confronto con questo remake. Infatti, la versione anni ’80 del film ha una marcia in più su quasi tutti i fronti (trovare uno Steve McQueen è tutt’ora impossibile e non basta certo sostituirlo con un Kevin Dillon qualunque). Inanzitutto è stato risceneggiato da Frank Darabont (che di sceneggiature belle e appassionanti ne ha realizzate parecchie) e da Chuck Russel (che lo ha anche diretto). Inoltre, nel casta troviamo una giovane Shawnee Smith (che recentemente è tornata famosa interpretando la stronzissima Amanda nella saga di Saw), e, piccola curiosità, un’esordiente Erika Eleniak (ma quest’ultima chicca la potranno apprezzare solo i fan di vecchia data di Baywatch). Oltre ad avere un pedigree rispettabilissimo, questo The Blob è anche più colorato e sfarzoso, ha un blob più realistico, ed è decisamente più splatter e spietato. Basti vedere la scena del tizio che viene preso per la testa e risucchiato nello scarico del lavandino che, a mio avviso, vale da sola la visione del film e si piazza nella top five delle scene più impressionanti che io abbia mai visto.

Oltre ad essere uno dei remake meglio riusciti che mi sia mai capitato di vedere, The Blob si fa apprezzare anche per un cast umile ma degno del massimo rispetto, pieno di ottimi caratteristi e volti noti ai fan dell’horror anni’80 che contribuiscono non poco a creare quell’atmosfera vincente che ti fa sentire sempre a casa di amici e che ti inchioda, sempre e comunque, allo schermo, mentre quella vocina fastidiosa che ripete al tuo cervello che stai guardando una cazzata di film viene allegramente mandata a farsi fottere.

Il bello di questi film è proprio questo: tu lo sai bene che non sono perfetti, che ci sono degli errori o che, semplicemente, è tutto troppo incongruente per applaudirlo. Ma in quei due secondi spesi a formulare queste inutili considerazioni un bifolco qualsiasi in camicia di flanella o un quarterback con la giacca del liceo hanno già fatto qualcosa che ti ha spinto a prendere la prima schifezza ipocalorica masticabile dalla dispensa, a stappare una birra fresca e ad allungare le gambe decretando l’arrivo inesorabile del rutto libero e dello spanzamento creativo. E a quel punto ti ritrovi senza, saperlo spiegare, all’interno del film. Ospite d’onore nel bel mezzo di un’avventura che mai avresti potuto vivere.

In sostanza, The Blob è l’ennesimo emblema di cinema che non viene più fatto, e probabilmente non riuscirà più a venir fatto per molto tempo. Nonchè una lezione importante su come realizzare un buon prodotto anche quando la fantasia di scrivere qualcosa di nuovo viene a mancare. Per non parlare della forza con cui dimostra, dopo 23 anni, che quando un film viene girato con cuore e passione il risultato non potrà che essere eccellente sotto ogni aspetto.

 

Apocalisse ZUna dichiarazione d’amore a tutti gli effetti. Questo ha voluto scrivere Manel Loureiro nella sua opera dedicata agli Zombi. Amore per i morti viventi che vengono generati da cause degne del miglior b-movie da drive in. Amore per il lento ed implacabile avanzare di un esercito di creature che hanno come unico scopo quello di divorare i pochi umani soprivvissuti. Amore per quella tradizione così deliziosamente anni ’80 che vede gli zombi come semplici quanto efferate creature senz’anima lente, stupide e pronte mordere qualsiasi cosa viva gli capiti a tiro.

Loureiro è cresciuto con i film di Romero. E non fa assolutamente niente per nasconderlo. Per questo il primo capitolo di questa sua trilogia è così ben riuscito.

Qualsiasi amante della trilogia zombi di Romero riconoscerà all’interno di questo romanzo scene e personaggi che da troppo tempo non si trovano in film del genere. Ed è forse questa la cosa che più manca al filone zombi cinematografico.

Quella che viene raccontata qui, è un’epidemia devastante, che annienta la civiltà come noi la conosciamo, lasciando spazio solo agli istinti di sopravvivenza e prevaricazione che da sempre gli uomini portano con sè. Quello che, però, si lascia apprezzare, è la totale assenza di eroi da copertina pronti a risolvere la situazione con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Qui le persone piangono, sono spaventate, sole e disperate e tendono a morire appena si distraggono un attimo. L’atmosfera non è mai distesa, anzi, qui l’inferno viene portato sulla terra in modo esemplare, sporcando e facendo marcire ogni cosa e senza lasciare alcuno spazio alla positività.

Vincente anche l’idea di ambientare tutto in Spagna (anche se gli avvenimenti, almeno fino al totale isolamento mediatico, si svolgono più o meno contemporaneamente in tutto il mondo), considerando che l’autore è un avvocato spagnolo. Questo aiuta il lettore a capire subito che Loureiro ha un’autentica passione per l’horror, e per gli zombi in generale, e che di questa passione ha fantasticato per ore e ore trascorrendo le giornate, raccogliendo le idee e prendendo appunti su come realizzare la sua opera.

Sarebbe impossibile raccontare, anche con poche parole, la trama. Ma se si prendono i primi tre capitoli della saga di Romero, e si tagliano le scene in cui le cose sembrano volgere al meglio, si ha un’idea più o meno fedele di quello che aspetta nelle pagine di questo libro.

Fa sempre piacere veder raccogliere degli ottimi frutti dalla passione pura per un genere che è stato da prima snobbato e deriso, e successivamente invaso da vampiri romanticamente problematici ed effemminati e da licantropi palestrati che pensano a tutto tranne che al sangue e alla caccia. In un panorama letterario in cui la disperazione e il marciume dell’horror puro è stato troppo spesso dimenticato a favore del glamour e dei troppi glitter, questo Apocalisse Z risulta un’ottima ventata d’aria fresca.