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Quel Motel Vicino alla PaludeSporco. Malsano. Claustrofobico. Bastano questi tre aggettivi a descrivere il film di Tobe Hooper. Un lavoro che in molti, spesso, tendono a giudicare inferiore al ben più famoso ed osannato “Non aprite quella porta”, ma che, al contrario del suo predecessore, non lascia alcun senso di liberazione dall’angoscia e dall’orrore al termine della visione. Il regista texano porta in scena l’altra faccia della provincia americana, e lo fa senza filtri o censure, mostrando scenari e personaggi marci e psichedelici come non riuscirà più a fare nelle sue opere successive (Il tunnel dell’orrore si potrebbe salvare, ma non raggiunge comunque picchi del genere).

Se per “Non aprite quella porta”, Leatherface e gli altri personaggi e i fatti furono ispirati alle gesta di Ed Gein, qui Hooper spinge il piede sull’acceleratore della fantasia, sfornando caratterizzazioni a dir poco inquietanti, estremizzando al massimo ciò che a suo tempo produsse Psycho.

In questo film non c’è traccia di famiglie felici che viaggiano su una station wagon. Non troveremo ragazzi del college che fanno gli eroi e fanno innamorare la reginetta del ballo. Non troveremo paesaggi incantevoli in cui sarebbe splendido fare un pic nic e rotolarsi nel prato parlando del futuro. Qui abbiamo maniaci sessuali (da applausi la prova di un giovane Robert Englund la cui carriera ancora doveva prendere forma), prostitute, alcolizzati, pazzi sadici e famiglie allo sfascio. Tutto diretto in maniera disturbante tra ambientazioni perfettamente squallide e ammuffite come il motel, un bordello e il bar in cui nessuno sano di mente si fermerebbe a bere una spuma.

Chi entra allo Starlight Hotel (questo è il nome dell’albergo in cui il film è ambientato), resta schiacciato da paranoie e sudiciume, chiuso a chiave dall’esterno in una stanza a cui confronto, anche l’angolo più buio del Bates Motel sembrerebbe una camera da letto pre confezionata dell’Ikea. Qui ogni parete è marcia e sudicia, racchiusa in spazi angusti e vittima di un’illuminazione psichedelica (volutamente estremizzata dal regista per sovraccaricare i sensi dello spettatore).

E veniamo all’odiato momento del “racconta la trama per rendere l’idea”: Judd (Neville Brand) è un reduce di guerra paranoico e serial killer. Il suo modus operandi consiste nell’uccidere i clienti del suo fatiscente motel per poi gettarli in pasto all’alligatore che vive nella palude accanto allo struttura. E’ in questo motel che si incrociano le vicende di una famiglia all’apparenza qualunque, un padre in cerca della figlia prostituta e altri personaggi dalla moralità a dir poco non pervenuta.

In sostanza ci si trova di fronte a quella che gli amanti degli horror ambientati nella provincia americana (quella vera, non quella fatta di football e sorrisi tra bei ragazzi) potrebbero definire l’opera migliore di Tobe Hooper. Chi ha apprezzato e vissuto il disturbo trasmesso da “Non aprite quella porta” si potrà godere una nuova ondata di malesseri vari, volti a mostrare la parte più scomoda e degenerata dell’america di quegli anni. Quelli a cui il secondo film di Hooper ha creato disturbi seri e rivoltamenti di stomaco, è meglio si tengano alla larga da questo terzo film, perchè, sebbene la storia possa considerarsi banale, già vista e linerare, tutto viene estremizzato in maniera superba colpendo in pieno i punti deboli di tutti quelli che si credono al sicuro, sprofondati nella poltrona di casa a guardare il film e mangiare schifezze. Ma per tornare a sentirsi protetti dal caldo abbraccio della vita, sarà sufficiente evitare di guardare “Il tunnel dell’orrore” (quinto film come unico regista di Hooper) e proseguire in tutta sicurezza verso il resto della filmografia del Tobe Hooper regista.

 

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Non Aprite Quella Porta (Remake)Ci sono registi dall’assoluto talento artistico. Personaggi a tal punto in balia di questo talento visionario che trasferiscono i frammenti della loro stessa anima nei loro film, partorendo straordinari quanto ermetici scenari destinati a toccare le corde dell’anima di chi l’arte ce l’ha dentro.  Personalmente i registi che devono fare dell’ermetismo e del simbolismo cinematografico il loro stile di vita mi hanno stufato da tempo. Vorrei poter avere opinioni che concordassero con la stima che nutro verso gente come Kubrick, ma non è così. La verità è che Kubrick mi annoia, nonostante un talento indiscutibile, le sue metafore mi causano il disagio e la sofferenza che proverebbe Superman a doversi infilare una supposta di Kryptonite nel culo. Ho visto muschio crescermi selvaggio tra i testicoli durante la visione di 2001 Odissea nello Spazio e ho fatto volentieri a meno di improbabili spiegazioni ed elogi verso opere del genere da parte di amici che si vantavano di aver trovato la verità assoluta nelle visioni di Kubrick (ma anche di registi ben più ermetici di lui). Quindi, massimo rispetto per Stanley Kubrick e per il suo cinema innovativo (che a volte mi è piaciuto, s’intenda), ma grazie mille, comunque no grazie. E buonanottte a Frau Blucher.

All’interno di un vecchio scantinato in disuso, parecchi piani sotto l’attico dove i cineasti virtuosi di cui sopra sfornano le loro geniali idee cinematografiche sorseggiando profumo in un cappello da uomo con una prugna che vi galleggia dentro a simboleggiare le loro ambiguità esistenzialiste, si trova il pub dei registi cafoni. Avvicinandosi all’ingresso di questo pub si possono udire, già sulla strada, i rumori di boccali di birra che si scontrano in epici brindisi in onore di tette giganti e turgidissimi culi, gente che rutta recitando l’alfabeto e rimpatriate tra amici del liceo la cui unica fonte di intrattenimento sarà dare fuoco alle loro scoreggie e guardare football in tv mangiando hot dog. Tra questi entusiasti avventori, ad un tavolino coperto di gusci di arachidi e pistacchi, assorto nella lettura delle avventure a fumetti dei Tre Marmittoni, troviamo Marcus Nispel.

A guardarlo non è altro che un tedesco americanizzato cafone che dirige film (il più delle volte remake) raffinati quanto la capigliatura di Cristiano Malgioglio e innovativi quanto le gag dei cine panettoni italiani. Però poi scopri che si è trasferito da Francoforte negli Stati Uniti a soli 20 anni. Scopri che non appena arrivato in America ha fondato una sua casa di produzione cinematografica, che nel frattempo si è fatto la sua bella gavetta girando video per artisti di fama più o meno mondiale (tra cui i Faith No More) e spot pubblicitari per marchi che erano già delle icone generazionali prima del suo arrivo in America (Levi’s, Pepsi, Nike e Coca Cola tra gli altri). Viene fuori che si è anche azzardato a girare i remake di ben due capolavori horror, quando, già da tempo, i remake erano visti come bubboni purulenti pronti a scoppiare nei cinema infettando e coprendo di piaghe il pubblico in sala. E allora, guardandolo bene, viene da chiedersi se sia stupido o se semplicemente ci goda a farsi del male.

La risposta, tuttavia, è molto più semplice: Marcus Nispel è un regista con le palle, non certo un coglione senza capacità. Non che i suoi remake reggano il confronto con gli originali, sia chiaro, ma funzionano. Ti intrattengono mostrandoti qualcosa che sai di aver già visto, ma da un’angolazione talmente differente, lasciando intravedere anche cose che prima, visto che tanti mezzi non erano utilizzabili, nessuno ha mai potuto farti vedere. Ed è questo che fa di Nispel uno dei pochi registi contemporanei ad essere in grado di gestire e realizzare un remake che sia un degno omaggio alle opere originali, e di cui sua mamma potrà vantarsi con le amiche senza dover temere che le tirino uova in decomposizione.

Quello che Nispel ha capito al primo colpo, con le sue versioni di Frankestein (anche se l’ha girato come film tv), Non Aprite Quella Porta e Venerdì 13, è che non si può girare un remake per farsi belli cercando di passare per nuove promesse del cinema moderno. Un remake sterile con modelli e troiette di legno che ripercorre per filo e per segno una trama già vista non serve a un cazzo e fa solo irritare chi spende soldi e tempo a vedere oggi un film identico a un altro di vent’anni fa, con l’aggravante di essere recitato male da facce da culo inespressive e girato con il bisogno di mostrare al mondo quante nuove soluzioni registiche conosca chi è dietro la macchina da presa (mettendole spesso a caso o nei momenti del film sbagliati).

Nispel prende storie vecchie, le modifica nei punti giusti aggiungendo nuove scene e nuove idee, e restaura quello che rimane delle opere originali spingendo su effetti speciali moderni e scene che di sicuro ai giorni nostri, invece che subire censure, richiamano pubblico in sala.

Questa è la ricetta per un buon remake, senza fronzoli e senza inutili pretese. E ha molti punti in comune con lo spirito di un certo tipo di cinema, ovvero: la capacità di guadagnare fascino in base a quanto viene spinto verso il puro intrattenimento. A stupirmi non è tanto la furbizia di Nispel, quanto la stupidità di registi che hanno a disposizione remake fallimentari da poter visionare prendendo appunti su cosa non ha funzionato per girare qualcosa di decente (mi rivolgo proprio a te, Craig Gillespie, regista del remake di Ammazzavampiri, la cui puzza di stronzata inutile si percepisce anche dall’America).

Nispel sicuramente non è un innovatore, non ha una tecnica sopraffina dietro la macchina da presa e c’è anche la concreta possibilità che non gli importi un cazzo di girare mai qualcosa di diverso da un remake. Ma lui si diverte a fare quello che fa, ci si impegna e fa divertire anche chi guarda i suoi film, me compreso. Questo mi basta per sperare che non cambi mai il suo modo di fare cinema, o per lo meno che non lo abbia cambiato per girare il remake di Conan il Barbaro.

Avrei voluto aspettare ancora un pò per scrivere di questo film. Perchè quando si parla di horror si parla sempre e comunque anche di Non aprite quella porta, è inevitabile, come è inevitabile il fatto che in qualsiasi discussione sul genere si trovi sempre la persona che lo nomina nel tentativo di sentirsi più esperto degli altri (ma dimenticandosi puntualmente di menzionare il perchè questo film venga sempre citato). Però stamattina sono inciampato sul DVD quindi non ho potuto fare a meno di vederlo, quindi tantovale scriverne finchè il disco è ancora caldo e togliersi lo sfizio.

Perchè Non aprite quella porta è davvero una pietra miliare dell’horror, è stato davvero un caso cinematografico che ha segnato un’epoca, e sicuramente fa bene il suo dovere inchiodando lo spettatore alla poltrona e facendogli provare sensazioni che difficilmente riesce a provare con i film horror più convenzionali.

Ma cosa rende questo film così unico?

A voler ben vedere la trama non ha tutta questa carica innovativa e, se la memoria non mi inganna, viene mostrata in modo non troppo esplicito una vagonata di violenza (cosa impensabile per il 1974), ma di sangue se ne vede veramente poco.

Quello che fa la differenza tra questo gioiellino e il restante 99% degli horror prodotti prima e dopo la sua uscita è l’atmosfera. Ed è questo aspetto a creare la magia, da allora rimasta incompiuta sia da Tobe Hooper che da altri grandi registi che si cimentarono nell’impresa, di realizzare un film marcio, sporco, disturbante e malsano come Non aprite quella porta.

La trama rasenta la pochezza di un film porno: un gruppo di ragazzi scelgono di fare una gita lungo l’itinerario più sfigato di tutti gli Stati Uniti d’America, incappando in una famiglia di pazzi assassini e cannibali.

Pur constatando un pò a malincuore la pochezza di trama che affligge il film, vanno menzionate le numerose genialate sfoderate da  Kim Henke e Tobe Hooper che hanno trasformato una trama da outlet del neurone a un film capolavoro:

Si fa passare il film per un fatto realmente accaduto, mentre in realtà è solo ispirato dalla vicenda del serial killer Ed Gein. Comunque la mossa continua a rendere in fatto di popolarità (e qui scatta l’applauso al popolo americano per la capacità di farsi rapire da qualsiasi stronzata gli si serva su un piatto d’argento), tanto che, citando Wikipedia: “Questo effetto fu talmente riuscito che tutt’oggi le biblioteche della cittadina di Burkburnett, Texas, e della vicina Wichita Falls, situate nei pressi in cui la storia è stata ambientata, ricevono regolarmente richieste di copie originali di articoli di giornale legate agli eventi narrati nel film”.

Sono gli anni ’70. Gli Stati Uniti sono invasi da fricchettoni nullafacenti e spippacannoni che stanno parecchio sulle palle a una buona fetta della popolazione americana, quindi le vittime saranno senz’altro degli Hippies, così facciamo godere un pò anche gli onesti lavoratori americani.

Per fare questo film si hanno pochi mezzi, quindi bisogna stupire e inorridire la gente facendo marcire la loro immaginazione e gli standard a cui sono abituati. Piazziare un ragazzo in sedia a rotelle (per quanto abbia una delle 10 più grandi facce da culo del cinema) nel bel mezzo del massacro potrebbe suscitare lo scalpore e l’indignazione necessari.

Visto che gli hippies, non facendo un cazzo tutto il giorno, scroccano passaggi a tutto andare a chi, lavorando, una macchina se l’è potuta comprare, facciamo iniziare tutta la storia con un autostoppista pazzo e armato di rasoio. Tanto per far stare tranquilli quei capolavori di intelligenza innovativa che pensano sia prudente dare passaggi agli sconosciuti che vagano nei posti più desolati d’America.

Già che siamo in vena di personaggi pazzi, spingiamo sull’acceleratore ed estremizziamo la cosa mettendo in scena un’intera famiglia di assassini cannibali (crimine che ancora oggi in America sensibilizza paurosamente l’opinione pubblica), e come ciliegina sull torta vediamo di prendere un fottuto armadio a 2 ante di nome Gunnar Hansen, piazziamogli in mano una motosega e mettiamogli in faccia una maschera di pelle di visi umani cuciti tra loro, nel caso qualche americano si fosse già dimenticato di Ed Gein. Così anche se il resto del film dovesse venire una merda, l’idea che entrerà nella storia è comunque assicurata.

Per dare un senso di realismo e disturbo allo spettatore obblighiamo l’intero cast a tenersi addosso gli stessi vestiti per tutta la durata delle riprese, visto che ci sono almeno 30 gradi all’ombra probabilmente non servirà pagare dei corsi di recitazione e alla fine andranno fuori di testa da soli rendendo tutta la scena molto realistica.

Chiudiamo il film facendo sopravvivere i cattivi e facendo impazzire la protagonista, così ci garantiamo i diritti su diversi sequel uno più brutto dell’altro, e gli spettatori che dopo tutto quel marciume forse si aspettavano un lieto fine per riprendere fiato e dormire tranquilli si vedono arrivare un ultimo calcio nei denti.

Sono più o meno questi gli elementi che fanno di Non aprite quella porta un film poco adatto ai palati delicati, soprattutto a quelli a cui in un film horror non importa chi sia la vittima o il carnefice, ma importa piuttosto che tutti abbiano un look figo e che i capelli gli restino in piega mentre ascoltano l’ultimo singolo dei Ramstein dall’iPhone. Qui l’orrore viene tirato in faccia allo spettatore come se si trovasse in mezzo al fuoco incrociato di un branco di scimmie che si tirano le palle di cacca addosso, e paradossalmente, chi riesce a farsi prendere dal film, l’odore di cacca e di marcio lo sentirà in abbondanza.

Hooper ha avuto senza dubbio una carriera altalenante nel corso degli anni successivi, ma lo si perdona, perchè comunque ha fatto diverse cose più o meno valide (di cui spero di riuscire a scrivere prossimamente) quanto questo film, senza dubbio è rimasto su standard che registi ben più osannati si sono dimenticati da un pezzo.