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Non Aprite Quella Porta (Remake)Ci sono registi dall’assoluto talento artistico. Personaggi a tal punto in balia di questo talento visionario che trasferiscono i frammenti della loro stessa anima nei loro film, partorendo straordinari quanto ermetici scenari destinati a toccare le corde dell’anima di chi l’arte ce l’ha dentro.  Personalmente i registi che devono fare dell’ermetismo e del simbolismo cinematografico il loro stile di vita mi hanno stufato da tempo. Vorrei poter avere opinioni che concordassero con la stima che nutro verso gente come Kubrick, ma non è così. La verità è che Kubrick mi annoia, nonostante un talento indiscutibile, le sue metafore mi causano il disagio e la sofferenza che proverebbe Superman a doversi infilare una supposta di Kryptonite nel culo. Ho visto muschio crescermi selvaggio tra i testicoli durante la visione di 2001 Odissea nello Spazio e ho fatto volentieri a meno di improbabili spiegazioni ed elogi verso opere del genere da parte di amici che si vantavano di aver trovato la verità assoluta nelle visioni di Kubrick (ma anche di registi ben più ermetici di lui). Quindi, massimo rispetto per Stanley Kubrick e per il suo cinema innovativo (che a volte mi è piaciuto, s’intenda), ma grazie mille, comunque no grazie. E buonanottte a Frau Blucher.

All’interno di un vecchio scantinato in disuso, parecchi piani sotto l’attico dove i cineasti virtuosi di cui sopra sfornano le loro geniali idee cinematografiche sorseggiando profumo in un cappello da uomo con una prugna che vi galleggia dentro a simboleggiare le loro ambiguità esistenzialiste, si trova il pub dei registi cafoni. Avvicinandosi all’ingresso di questo pub si possono udire, già sulla strada, i rumori di boccali di birra che si scontrano in epici brindisi in onore di tette giganti e turgidissimi culi, gente che rutta recitando l’alfabeto e rimpatriate tra amici del liceo la cui unica fonte di intrattenimento sarà dare fuoco alle loro scoreggie e guardare football in tv mangiando hot dog. Tra questi entusiasti avventori, ad un tavolino coperto di gusci di arachidi e pistacchi, assorto nella lettura delle avventure a fumetti dei Tre Marmittoni, troviamo Marcus Nispel.

A guardarlo non è altro che un tedesco americanizzato cafone che dirige film (il più delle volte remake) raffinati quanto la capigliatura di Cristiano Malgioglio e innovativi quanto le gag dei cine panettoni italiani. Però poi scopri che si è trasferito da Francoforte negli Stati Uniti a soli 20 anni. Scopri che non appena arrivato in America ha fondato una sua casa di produzione cinematografica, che nel frattempo si è fatto la sua bella gavetta girando video per artisti di fama più o meno mondiale (tra cui i Faith No More) e spot pubblicitari per marchi che erano già delle icone generazionali prima del suo arrivo in America (Levi’s, Pepsi, Nike e Coca Cola tra gli altri). Viene fuori che si è anche azzardato a girare i remake di ben due capolavori horror, quando, già da tempo, i remake erano visti come bubboni purulenti pronti a scoppiare nei cinema infettando e coprendo di piaghe il pubblico in sala. E allora, guardandolo bene, viene da chiedersi se sia stupido o se semplicemente ci goda a farsi del male.

La risposta, tuttavia, è molto più semplice: Marcus Nispel è un regista con le palle, non certo un coglione senza capacità. Non che i suoi remake reggano il confronto con gli originali, sia chiaro, ma funzionano. Ti intrattengono mostrandoti qualcosa che sai di aver già visto, ma da un’angolazione talmente differente, lasciando intravedere anche cose che prima, visto che tanti mezzi non erano utilizzabili, nessuno ha mai potuto farti vedere. Ed è questo che fa di Nispel uno dei pochi registi contemporanei ad essere in grado di gestire e realizzare un remake che sia un degno omaggio alle opere originali, e di cui sua mamma potrà vantarsi con le amiche senza dover temere che le tirino uova in decomposizione.

Quello che Nispel ha capito al primo colpo, con le sue versioni di Frankestein (anche se l’ha girato come film tv), Non Aprite Quella Porta e Venerdì 13, è che non si può girare un remake per farsi belli cercando di passare per nuove promesse del cinema moderno. Un remake sterile con modelli e troiette di legno che ripercorre per filo e per segno una trama già vista non serve a un cazzo e fa solo irritare chi spende soldi e tempo a vedere oggi un film identico a un altro di vent’anni fa, con l’aggravante di essere recitato male da facce da culo inespressive e girato con il bisogno di mostrare al mondo quante nuove soluzioni registiche conosca chi è dietro la macchina da presa (mettendole spesso a caso o nei momenti del film sbagliati).

Nispel prende storie vecchie, le modifica nei punti giusti aggiungendo nuove scene e nuove idee, e restaura quello che rimane delle opere originali spingendo su effetti speciali moderni e scene che di sicuro ai giorni nostri, invece che subire censure, richiamano pubblico in sala.

Questa è la ricetta per un buon remake, senza fronzoli e senza inutili pretese. E ha molti punti in comune con lo spirito di un certo tipo di cinema, ovvero: la capacità di guadagnare fascino in base a quanto viene spinto verso il puro intrattenimento. A stupirmi non è tanto la furbizia di Nispel, quanto la stupidità di registi che hanno a disposizione remake fallimentari da poter visionare prendendo appunti su cosa non ha funzionato per girare qualcosa di decente (mi rivolgo proprio a te, Craig Gillespie, regista del remake di Ammazzavampiri, la cui puzza di stronzata inutile si percepisce anche dall’America).

Nispel sicuramente non è un innovatore, non ha una tecnica sopraffina dietro la macchina da presa e c’è anche la concreta possibilità che non gli importi un cazzo di girare mai qualcosa di diverso da un remake. Ma lui si diverte a fare quello che fa, ci si impegna e fa divertire anche chi guarda i suoi film, me compreso. Questo mi basta per sperare che non cambi mai il suo modo di fare cinema, o per lo meno che non lo abbia cambiato per girare il remake di Conan il Barbaro.

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