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MonstersSe tu impari karate va bene. Se non impari karate va bene. Se tu impari karate-speriamo, ti schiacciano come uva.

In questa citazione del mitico Pat Morita si può racchiudere tutto il senso di questo film. Esordio del regista Gareth Edwards, che ha raccolto parecchi consensi, spinto dal successo di pellicole come Cloverfield e District 9. Sicuramente il risultato ottenuto dal regista è notevole, specialmente in considerazione del fatto che l’abbia ottenuto con un budget molto vicino ai 500.000 dollari.

Il film fa dell’atmosfera disincantata e malinconica la propria colonna portante e, se per gli amanti delle riflessioni politico-sociologiche potrebbe risultare una vera manna dal cielo, per chi è in cerca di azione, distruzione e spettacolarità questo film potrebbe facilmente avere l’impatto di un mattone che ti centra in pieno i testicoli dopo essere stato lanciato dal ventesimo piano di un palazzo.

Confesso di appartenere alla seconda categoria. E, anche se da un film sui mostri mi aspetto di vedere mostri spesso e volentieri, il film di Gareth Edwards raggiunge comunque la sufficienza per la storia e per lo stile in cui viene raccontata.

La storia parla di giganteschi alieni che invadono il messico settentrionale, rendendo inabitabile tutta la zona, fino al confine con gli Stati Uniti. Un giornalista viene incaricato di recuperare la figlia del suo capo e di riportarla in America ma, a causa di un imprevisto, si troveranno costretti ad attraversare a piedi la zona di quarantena.

E’ più che apprezzabile l’intenzione di voler dire qualcosa di nuovo sul tema dell’invasione aliena, e alcuni spunti interessanti si notano senza stare troppo a fare i critici cinematografici. Forse, però, la qualità del film ne avrebbe giovato se si fossero spiegati in maniera meno frettolosta (per non dire del tutto assente) alcuni passaggi. Tipo il perchè un giornalista accetti di rischiare il culo per recuperare la figlia del capo che, si presume, sia un semplice direttore di giornale e non abbia abbastanza potere per far leva sulla voglia di un uomo di rischiare la vita. O il perchè la figlia del capo sia scappata in Messico abbandonando il fidanzato che dovrà sposare a breve.

Anche la caratterizzazione dei mostri, purtroppo, è riuscita solo fino ad un certo punto. Sarebbe impossibile descriverli senza rovinare il gusto di scoprirli durante il film (cosa che per alcuni potrebbe essere l’unico motivo per arrivare fino alla fine della pellicola). Personalmente ho apprezzato il coraggio di proporre mostri giganteschi, che potessero reggere il confronto con quello di J.J. Abrams in Cloverfield, ma se fossero stati imbottiti con qualche steroide in più non mi sarei certo offeso. Ma confesso che ho goduto parecchio nella citazione a Jurassic Park (la scena del T-Rex che attacca la jeep, per intenderci) che il regista ci regala verso la fine del film.

La nota dolente del film, sempre tenendo conto che è un fan dei robottoni giapponesi a parlare, è il rimo fin troppo dilatato della narrazione, in cui, purtroppo, i mostri vengono sempre e solo visti di sfuggita o parzialmente. E quell’unica volta in cui viene data l’opportunità di goderseli per intero, viene piazzata in un contesto che non certo all’altezza delle aspettative. Praticamente tutto l’opposto di Cloverfield, in cui il mostro si vede poco, ma è sempre in un contesto abbastanza movimentato (senza contare che quello era un mockumentary, mentre Monsters è un film con riprese “tradizionali” e che Abrams è sicuramente un furbacchione).

Diciamo che questo Monsters è un film valido se lo si guarda come un modo delicato, malinconico e riflessivo di concepire un determinato filone fantascientifico. Tutti quelli che amano vedere mostri orrendi che spaccano tutto e sventrano cristiani ogni due minuti finiranno per rimanere delusi. A me non è certo dispiaciuto, e non mi sento di bocciarlo, ma ora corro a rifarmi gli occhi con Predator.

Dark Night of the ScarecrowUna delle cose che più di ogni altra è in grado di dare un senso ad una ricorrenza assolutamente americana, è la scoperta di alcune chicche di cui mai saresti venuto in possesso, se non grazie alla malsana idea di qualche amico di festeggiare Halloween allestendo un piccolo drive-in casalingo e lanciarsi in una maratona di film horror per passare la notte tra film iper cafoni, risate e rutto libero.

Dark Night of the Scarecrow (ribattezzato in Italia in “Lo spaventapasseri”) fa parte di quella schiera di film che nascono per essere perdenti. Agli occhi di un critico sarebbe la vittima ideale da mettere in croce, eppure, se si guarda con il giusto spirito e la giusta atmosfera, il film diretto da Frank De Felitta  può divertire parecchio.

La storia, senza stare a rivelare troppo, ruota intorno ad un episodio di giustizia sommaria perpetrato in un piccolo paese di campagna. A farne le spese è l’immancabile scemo del paese, che torna prontamente dall’aldilà per vendicarsi del torto e mettere in mostra quello che agli occhi degli altri cittadini è stato nascosto (o si è fatto finta di non vedere).

Nonostante i numerosi difetti, e la realizzazione piuttosto approssimativa, saltano in modo evidente parecchi punto di incontro con il Nightmare di Wes Craven, e riesce piuttosto difficile rendergli merito di tutta la carica innovativa di cui gode, soprattutto pensando che Dark Night of the Scarecrow è del 1981, mentre il film di Craven è del 1984. Comunque, per quanto trovi Craven sopravvalutato, il suo film ha partorito Freddy Krueger, e su questo non c’è niente da ridire.

Tornando al nostro spaventapasseri, il film fa funzionare tutto (a suo modo, ovviamente), grazie a delle ambientazioni suggestive come le campagne americane, a dei personaggi ben riusciti e macchiettistici al punto giusto, interpretati da alcuni tra i migliori caratteristi americani dell’epoca, Larry Drake su tutti.

Al di là dell’aspetto tecnico o del valore cinematografico del film, che mi rendo conto potrebbe risultare insulso ai più, la cosa che mi ha lasciato un piccolo spazio nel cuore per questa pellicola è il finale.

Perchè va detto: negli horror di un certo periodo c’era un modo di interpretare il finale e chiudere il film che non poteva non rendertelo bellissimo, anche quando di sangue, mostri e uccisioni non se ne vedevano affatto. Per esempio: avete presente il finale di venerdì 13? dove c’è la ragazza sulla canoa in mezzo al lago? O la scena di chiusura (e se dall’acqua fosse uscita una mano credo mi sarei alzato ad applaudire) di “Un tranquillo week end di paura”? Praticamente in questo film la tecnica è la stessa, e dopo che la corda viene tirata per tutta la proiezione, la voglia di vedere uno spaventapasseri posseduto è davvero alta, quindi certe scene fanno sempre la loro porca figura.

In sostanza, Dark Night of the Scarecrow resta sempre in bilico sul sottile filo che separa un film spassoso e spensierato da una mastodontica cagata. E forse, proprio perchè è il coinvolgimento dello spettatore a decretarne il successo o il decesso, si tratta del film ideale per certe serate in cui il cervello deve rigorosamente mantenersi spento. O perlomeno, va tenuto spento fino al finale, dove la fantasia e l’immaginazione del pubblico vengono lasciati a briglia sciolta, liberi di correre nella direzione che ognuno di noi preferisce.

Raramente è capitato, o forse non è ancora mai successo, che un remake si sia elevato, o abbia addirittura superato, la qualità e la bellezza del film da cui ha tratto spunto. Fortunatamente, nel caso di The Blob, è successo esattamente questo.

Il film originale, uscito nel 1958, era uno spasso da drive-in per tre principali motivi: è ambientato in un paesino in Pennsylvania, c’è Steve McQueen e c’è un alieno cattivo. Questi tre semplici elementi, non si limitavano a far girare l’industria cinematografica americana di un tempo, ma contribuiscono da sempre ad attirare plotoni di nerd che sognavano di cavalcare una moto dotata di modella tettuta come il protagonista di turno.

Purtroppo il film del ’58 è rimasto penalizzato dai mezzi dell’epoca ed esce con le ossa discretamente tritate dal confronto con questo remake. Infatti, la versione anni ’80 del film ha una marcia in più su quasi tutti i fronti (trovare uno Steve McQueen è tutt’ora impossibile e non basta certo sostituirlo con un Kevin Dillon qualunque). Inanzitutto è stato risceneggiato da Frank Darabont (che di sceneggiature belle e appassionanti ne ha realizzate parecchie) e da Chuck Russel (che lo ha anche diretto). Inoltre, nel casta troviamo una giovane Shawnee Smith (che recentemente è tornata famosa interpretando la stronzissima Amanda nella saga di Saw), e, piccola curiosità, un’esordiente Erika Eleniak (ma quest’ultima chicca la potranno apprezzare solo i fan di vecchia data di Baywatch). Oltre ad avere un pedigree rispettabilissimo, questo The Blob è anche più colorato e sfarzoso, ha un blob più realistico, ed è decisamente più splatter e spietato. Basti vedere la scena del tizio che viene preso per la testa e risucchiato nello scarico del lavandino che, a mio avviso, vale da sola la visione del film e si piazza nella top five delle scene più impressionanti che io abbia mai visto.

Oltre ad essere uno dei remake meglio riusciti che mi sia mai capitato di vedere, The Blob si fa apprezzare anche per un cast umile ma degno del massimo rispetto, pieno di ottimi caratteristi e volti noti ai fan dell’horror anni’80 che contribuiscono non poco a creare quell’atmosfera vincente che ti fa sentire sempre a casa di amici e che ti inchioda, sempre e comunque, allo schermo, mentre quella vocina fastidiosa che ripete al tuo cervello che stai guardando una cazzata di film viene allegramente mandata a farsi fottere.

Il bello di questi film è proprio questo: tu lo sai bene che non sono perfetti, che ci sono degli errori o che, semplicemente, è tutto troppo incongruente per applaudirlo. Ma in quei due secondi spesi a formulare queste inutili considerazioni un bifolco qualsiasi in camicia di flanella o un quarterback con la giacca del liceo hanno già fatto qualcosa che ti ha spinto a prendere la prima schifezza ipocalorica masticabile dalla dispensa, a stappare una birra fresca e ad allungare le gambe decretando l’arrivo inesorabile del rutto libero e dello spanzamento creativo. E a quel punto ti ritrovi senza, saperlo spiegare, all’interno del film. Ospite d’onore nel bel mezzo di un’avventura che mai avresti potuto vivere.

In sostanza, The Blob è l’ennesimo emblema di cinema che non viene più fatto, e probabilmente non riuscirà più a venir fatto per molto tempo. Nonchè una lezione importante su come realizzare un buon prodotto anche quando la fantasia di scrivere qualcosa di nuovo viene a mancare. Per non parlare della forza con cui dimostra, dopo 23 anni, che quando un film viene girato con cuore e passione il risultato non potrà che essere eccellente sotto ogni aspetto.

 

Apocalisse ZUna dichiarazione d’amore a tutti gli effetti. Questo ha voluto scrivere Manel Loureiro nella sua opera dedicata agli Zombi. Amore per i morti viventi che vengono generati da cause degne del miglior b-movie da drive in. Amore per il lento ed implacabile avanzare di un esercito di creature che hanno come unico scopo quello di divorare i pochi umani soprivvissuti. Amore per quella tradizione così deliziosamente anni ’80 che vede gli zombi come semplici quanto efferate creature senz’anima lente, stupide e pronte mordere qualsiasi cosa viva gli capiti a tiro.

Loureiro è cresciuto con i film di Romero. E non fa assolutamente niente per nasconderlo. Per questo il primo capitolo di questa sua trilogia è così ben riuscito.

Qualsiasi amante della trilogia zombi di Romero riconoscerà all’interno di questo romanzo scene e personaggi che da troppo tempo non si trovano in film del genere. Ed è forse questa la cosa che più manca al filone zombi cinematografico.

Quella che viene raccontata qui, è un’epidemia devastante, che annienta la civiltà come noi la conosciamo, lasciando spazio solo agli istinti di sopravvivenza e prevaricazione che da sempre gli uomini portano con sè. Quello che, però, si lascia apprezzare, è la totale assenza di eroi da copertina pronti a risolvere la situazione con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Qui le persone piangono, sono spaventate, sole e disperate e tendono a morire appena si distraggono un attimo. L’atmosfera non è mai distesa, anzi, qui l’inferno viene portato sulla terra in modo esemplare, sporcando e facendo marcire ogni cosa e senza lasciare alcuno spazio alla positività.

Vincente anche l’idea di ambientare tutto in Spagna (anche se gli avvenimenti, almeno fino al totale isolamento mediatico, si svolgono più o meno contemporaneamente in tutto il mondo), considerando che l’autore è un avvocato spagnolo. Questo aiuta il lettore a capire subito che Loureiro ha un’autentica passione per l’horror, e per gli zombi in generale, e che di questa passione ha fantasticato per ore e ore trascorrendo le giornate, raccogliendo le idee e prendendo appunti su come realizzare la sua opera.

Sarebbe impossibile raccontare, anche con poche parole, la trama. Ma se si prendono i primi tre capitoli della saga di Romero, e si tagliano le scene in cui le cose sembrano volgere al meglio, si ha un’idea più o meno fedele di quello che aspetta nelle pagine di questo libro.

Fa sempre piacere veder raccogliere degli ottimi frutti dalla passione pura per un genere che è stato da prima snobbato e deriso, e successivamente invaso da vampiri romanticamente problematici ed effemminati e da licantropi palestrati che pensano a tutto tranne che al sangue e alla caccia. In un panorama letterario in cui la disperazione e il marciume dell’horror puro è stato troppo spesso dimenticato a favore del glamour e dei troppi glitter, questo Apocalisse Z risulta un’ottima ventata d’aria fresca.

Super 8Che J.J Abrams avesse un talento visionario e uno smisurato amore per il cinema fantastico lo si era capito da qualche tempo, ormai. Che fosse un possibile erede del miglior Steven Spielberg lo si è cominciato ad intuire dopo aver visto questo suo ultimo film.

L’allievo ha avuto, finalmente, la possibilità di lavorare con il maestro, e, pur non confezionando il film perfetto che in troppi si sarebbero aspettati visti i nomi coinvolti, riesce comunque a centrare un bersaglio che vale parecchi punti.

Super 8, infatti, non ha la potenza innovativa dei film di Spielberg (che si impose sin dagli esordi come regista capace di sfornare un capolavoro lavorando su poche righe di sceneggiatura), e non si sforza di fornire una lettura più moderna delle opere che hanno certamente ispirato J.J. Abrams (e, come lui, almeno un centinaio di altri registi più o meno noti ed affermati). Ma trasuda amore per il cinema e per il fantastico ad ogni fotogramma.

Già l’idea di far ruotare tutta la vicenda intorno ad un film amatoriale sugli zombi girato da un gruppo di ragazzini sarebbe stata sufficiente a conquistare interi plotoni di cinefili e appassionati di sci-fi e/o horror. Se a questo si aggiunge una solida componente a base di fantascienza e alieni più o meno ostili ed incazzati, capiamo subito che il lavoro fatto dal promettente regista e dall’esperto produttore altro non è che un puro atto d’amore nei confronti del cinema e della possibilità di raccontare storie incredibili che questa splendida arte è in grado di regalare a coloro che la sanno trattare con il dovuto rispetto.

La cosa più bella del film è senza dubbio l’atmosfera, in cui ritroviamo quella capacità di stendere una patina di sogno e protezione a cui i film di Spielberg ammiccano sempre, e che viene qui riletta e riproposta in versione Abrams, dimostrandoci che anche lui è cresciuto tenendo fumetti e racconti di fantasia in mano anche parecchio tempo dopo aver scoperto le ragazze. Nonostante (forse) un pò troppo buonismo, ci si sente davvero parte di quelle piccole comunità di provincia americane in cui tutti si conoscono e si salutano per strada dandosi del tu, dove il traffico e le code chilometriche si vedono solo in televisione e dove farsi i cazzi altrui resta sempre e comunque l’attività più praticata.

In questo piccolo ed ovattato universo, un gruppo di amici cerca di realizzare un film horror amatoriale da presentare ad un concorso per ragazzi. Durante le riprese di una scena, però, assistono e riprendono uno spaventoso incidente ferroviario in seguito al quale il misterioso “carico” di un convoglio militare viene liberato, restando a piede libero per la piccola città.

Un profano, o un banale cineasta costretto dalla sua frustrante mancanza di cultura a dover stroncare un film in base a certi clichè, direbbe che il film è piatto e banale. E sui clichè, purtroppo, alcuni spettatori potrebbero anche dargli ragione. Infatti, nel film abbiamo l’esercito cattivo e meschino stereotipato da anni ’70 che prende per il culo tutti e non riesce a fare altro che danni, il ragazzino protagonista sfigato e traumatizzato (ma coraggioso) che si innamora e rischia la pelle per salvare la ragazza carina e ci sono il suo amico, (innamorato pure lui, ma troppo cagasotto per provarci) e gli altri suoi amici più o meno cazzari con cui è sempre un piacere passare i pomeriggio. Poi c’è un mostro, che non fa niente per essere adorabile quanto E.T., ma non è quello il tipo di alieno che a J.J. Abrams piace. La cosa importante, sia per i critici con pregiudizi e scopa nel culo, che per chi va al cinema a godersi semplicemente delle storie che sappiano catturare e stimolare le proprie fantasie, è che il tutto è raccontato e girato bene e funziona alla grande.

J.J. Abrams piazza un altro colpo importante, e si avvicina di un altro passo allo status di regista fuoriclasse. Sperando che quest’opera dia il via ad altre collaborazioni con Steven Spielberg, posso solo fare tre piccoli appunti al film: l’incidente ferroviario contraddice ogni legge di fisica e cinetica mai postulata, se non fosse così figo da vedere e sentire su un grande schermo farebbe storcere il naso, ma può andare bene anche così. Forse sarò stato distratto io, ma non ho ben capito come l’esercito possa giustificare la decisione di radere al suolo l’intera città (va bene essere cattivi e meschini, ma così si rischia di passare per stronzi di prima categoria, e anche negli anni ’70 insabbiare un’azione del genere non sarà stato uno scherzo). L’alieno si vede un pò pochino, e non sempre chiaramente, ed è un peccato perchè, almeno per quelli che non si aspettavano nanetti rugosi con dita lunghe e luminescenti, è fatto davvero bene.

A parte questo, come già detto, il film funziona bene e si lascia guardare, sia come opera a se stante, che come citazione dei film che hanno fatto crescere la generazione in cui il VHS era ancora per pochi eletti. E comunque, in Italia abbiamo aperto la mostra del cinema di Venezia proiettando Box Office 3d di Ezio Greggio, cosa che (almeno a mio parere) priva qualsiasi critico cinematografico italiano di ogni diritto di critica nei confronti del lavoro di J.J. Abrams e Steven Spielberg. E, per inciso, vedere il film horror amatoriale durante i titoli di coda di Super 8 mi ha divertito, vedere il trailer del film di Greggio prima della proiezione mi ha messo a disagio come entrare nudo in un convento di monache. Certi paragoni andrebbero presi in considerazione in vista dei prossimi cine panettoni.

ESP - Fenomeni Paranormali

Bisogna ammetterlo, ormai chi realizza mockumentary horror viene etichettato come l’ennesimo coglione senza budget che cerca fortuna e gloria usando il modo migliore di nascondere la propria incapacità di girare un film vero e proprio.

Fortunatamente non è il caso dei Vicious Brothers che, oltre a ostentare un nome squisitamente tamarro, hanno saputo premiare la fiducia del pubblico con un finto documentario capace di spazzare via in un solo colpo i vari Blair Witch Project e discendenti vari.

I Vicious Brothers, tanto per chiarire e accontentare i curiosi, non sono affatto parenti. Si chiamano Colin Minihan e Stuart Ortiz, e sono due semplicissimi ragazzi americani legati dalla passione per l’horror e il fantastico. Passione che, a suon di tentativi, sono riusciti convogliare in questo film. Il fatto che sia l’ennesimo mockumentary che promette spaventi e terrore a profusione non deve far storcere il naso perchè, mai come in questo caso, le promesse vengono mantenute più che abbondantemente e, cosa più che apprezzabile, all’immaginazione dello spettatore e alle furbizie del vedo-non vedo per risparmiare sugli effetti speciali viene lasciato pochissimo spazio.

La trama vede come protagonisti i componenti di una troupe televisiva specializzata nel realizzare finti reality in cui vengono smascherate presenze paranormali. Questo tipo di programma in America gode di una discreta fama di pubblico che ama farsi prendere per il culo e lasciarsi spaventare per cose che non vengono mai mostrate e/o dimostrate completamente, il che rende i protagonisti del film perfetti come valvola di sfogo per le frustrazioni che questi finti reality causano da anni negli appassionati di paranormale e in tutti quelli che vogliono credere come quel bamboccione nerd di Fox Mulder nei confronti dei suoi beneamati X-Files (categoria a cui io appartengo, tra l’altro). Se a tutto questo aggiungiamo l’ambiente inquietante e claustrofobico di un vecchio ospedale psichiatrico abbandonato, dove, tra le altre simpatiche pratiche i dottori avevano anche il vizietto della lobotomia, ecco che le cose iniziano a prendere l’esatta piega che un amante dell’horror desidera.

Ovviamente, anche questa pellicola non si discosta dalle regole base del mockumentary. Quindi si parte scontrandosi con il fastidioso movimento della camera a mano (che mostra sempre troppo poco) e si arriva, in un continuo crescendo di tensione, all’esasperante e inquietante finale. Il tutto orchestrato sapientemente, tra sparizioni di persone, oggetti che si muovono da soli e manifestazioni di fantasmi incazzati e vendicativi che riempiono lo schermo sempre di più man mano che il film scorre. Questi sono i tre elementi che stanno alla base del film e, per quanto si possano ritenere scontati e stravisti in ogni salsa, vengono piazzati sempre nei punti giusti, garantendo il salto sulla sedia e, alcune volte, perfino un bel brivido lungo la schiena. Tutto questo aiuta parecchio a sopportare la solita domanda esistenziale che pervade chiunque guardi un mockumentary: ma chi cazzo te lo fa fare di avere una mano occupata a tenere la telecamera sempre e comunque? A scuola nessuno ti ha insegnato che quando le cose iniziano a muoversi da sole e inizi a sentire grida nel buio e i tuoi amici cominciano a sparire e non puoi chiamare i veri Ghostbusters o un qualsiasi cazzo di esorcista è il caso che le mani le usi tutte e due?

Per fotuna i fratelli Vicious non sono così sprovveduti come la giovane età potrebbe far pensare, e piazzano scuse più o meno credibili ogni volta che la domanda si fa strada nel cervello allo sbando dello spettatore; dimostrando di aver fatto tesoro delle critiche che spesso hanno stroncato i predecessori del loro film, permettendo di mantenere il nervoso del pubblico e la credibilità delle situazioni mostrate sempre su livelli discretamente accettabili.

Benvengano, dunque, i mockumentary capaci di far sporcare le mutande, specialmente quando non si approfittano di finte pubblicità che li vorrebbero far passare per fatti davvero accaduti. Benvengano i ragazzi che riescono a realizzare progetti del genere prima di compiere trent’anni e benvengano le persone che danno fiducia a questi progetti portandoli nelle sale cinematografiche. Ora resta una forte curiosità nel sapere cosa potrebbero realizzare questi ragazzi con un giusto budget e un progetto che non sia un mockumentary tra le mani.

Esistono diritti civili in America di cui noi, forse, non siamo a conoscenza. Tali diritti consentono a una casa di produzione cinematografica come l’Asylum di fare palesemente il cazzo che vogliono. Per intenderci, questi emeriti ciarlatani, ladri nonchè cazzoni da competizione, impiegano il loro tempo nel finanziare e realizzare film che sono banalissime copie dei grandi blockbuster hollywoodiani. Giusto per chiarire, volendo citare due tra le gemme del loro catalogo che più mi hanno fatto venire la pelle d’oca: abbiamo i Transmorphers (la loro versione dei Transformers di Michael Bay), i Terminators (di cui non sto nemmeno a citare l’ispirazione) e quella titanica cagatona di AVH: Aliens vs. Hunters (che sarebbe Alien vs. Predator, Predator = Hunter…ma quanto si può essere coglioni?)



Ma soprattutto abbiamo l’inno definitivo alla nullità registica, creativa e recitativa: Megashark vs. Giant Octopus. Nonostante il titolo sia un monito di tutto rispetto verso l’ingenuo spettatore, non ci si rende conto dello tsunami di merda che lo investirà durante la visione di questa porcata finchè il film non è cominciato.

Onestamente, limitarmi a dire che non mi era mai capitato di vedere un film così brutto sarebbe riduttivo, tuttavia, non conoscendo abbastanza insulti per riuscire a sfogare la frustrazione causata da ciò che gli occhi hanno patito, tenterò solo di descrivere le sensazioni provate. Nella speranza che, se per qualche scherzo del destino dovessero mai essere ripristinati i roghi inquisitori, i fuochi che li alimentano possano essere accesi dando fuoco a tutte le copie di questa cagata di film, o in alternativa, ai responsabili della sua messa in commercio.

Ecco, solo parzialmente, cosa rende questo film una completa e orribile cazzata:

Abbiamo un’ex cantante (Debbie Gibson, con svariati dischi all’attivo, ma a me sconosciuta) che viene tolta dalla naftalina nella quale la fine degli anni ’80 l’aveva seppellita e le viene affidato il ruolo di protagonista di un film brutto, ma molto brutto. Spero per lei che sia dovuto al fatto di essere bionda, o di essere un nome di richiamo per il pubblico americano, perchè se fosse dovuto a dei favori sessuali concessi vorrebbe dire avere il sex appeal di una betoniera.

Poi c’è Lorenzo Lamas, il mitico Renegade degli anni ’90, che la naftalina, probabilmente, ce l’ha nel cervello visto che in tutto il film non snocciola più di un’espressione facciale, condita con raffiche di finto machismo e forti precipitazioni di dialoghi da celebrolesi. E questo, purtroppo, ha reso già di per se il mio mondo un pò più triste, perchè Lorenzo Lamas me lo portavo nel cuore da quando ero ragazzino e mi gasavo tutti i pomeriggi nel vederlo prendere a calci in culo i cattivoni su e giù per il deserto americano. Ma un applauso a lui lo faccio lo stesso, perchè la sua (unica) faccia non è cambiata di una virgola negli ultimi vent’anni e per risultati simili sicuramente un qualche talento ci vuole.

Poi abbiamo gli altri personaggi, tutti aventi come comune denominatore la pessima capacità recitativa, una personalità che rivaleggia con i più scadenti tavolini dell’ikea (ma guardare un tavolino Klubbo per oltre un’ora vi farà sicuramente divertire di più), svariati difetti fisici che mai li renderanno veri divi hollywoodiani, e un talento naturale per sprigionare i peggiori istinti omicidi nello spettatore che se li sorbisce per tutto il film.

Comunque i veri protagonisti del film sono, senza ombra di dubbio, il Megashark e la Giant Octopus (porca puttana ancora non me ne faccio una ragione), bestiaccie preistoriche rimaste bloccate durante la glaciazione del pianeta milioni di anni fa che vengono accidentalmente liberate dalle culate di un branco di balene impazzite. E una volta liberi che fanno? Ovviamente iniziano a rompere le palle a piattaforme petrolifere, navi, sommergibili e aerei (in una scena talmente putrida e insensata da aver ridefinito gli standard degli Z-movie in tutto il mondo). Facendo tante cattive azioni, i governi si alleano per ucciderli, formando una task force di scienziati che, per qualche motivo, spesso e volentieri mi hanno ricordato Qui, Quo e Qua di Walt Disney, restando però sempre dei meravigliosi esemplari di odiosi e incapacissimi imbecilli.

Essendo un film dell’Asylum, è normale che il cervello venga sovraccaricato a tal punto dalla bruttezza e dallo squallore da spegnersi dopo dieci minuti, mandando a fare in culo il resto del corpo e costringendo lo spettatore a subire la visione del film con la bava che cola dalla bocca pregando che tutto finisca in fretta e senza ulteriori sofferenze. Se questo non avviene è meglio spegnere il televisore perchè potrebbe nuocere gravemente alla salute insistere nella visione di questo gioiello di cinema contemporaneo.

Davvero non capisco come si possano spendere dei budget (per quanto evidentemente bassi) per realizzare orrori del genere, e ancora meno capisco come possa esserci gente che fa lo sforzo di andare in videoteca e si riduce a noleggiare certa roba spendendo soldi guadagnati col sudore della fronte per riempire le casse dell’Asylum, permettendogli così di sfornare altre notevoli e illustri cagate cinematografiche.

Incrociamo le dita, e preghiamo che la crisi che flagella l’America colpisca al più presto anche i dirigenti dell’Asylum, mettendoli in ginocchio mentre il loro Megashark di trenta metri li punta da dietro per infilarglisi dritto e per intero su per l’orifizio più sacro e delicato di cui il buon Dio li ha dotati (la Giant Octopus si occuperà di tenere tutti fermi in posizione ottimale, così anche lei avrà motivo di esistere).