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ImmagineParlando di cinema, esistono pellicole per le quali il tempo non sembra passare mai, ed è più che salutare lasciarsi andare ai sentimentalismi, al ricordo di sensazioni distorte dal passare del tempo e alla freschezza del trasporto che solo una sana ingenuità è capace di regalare. Una di queste è, almeno per quanto mi riguarda, Classe 1999. Film diretto da Mark L. Lester nel 1989 e versione più tamarra e meno riflessiva del suo precedente Classe 1984, da cui praticamente eredita solo il tema della violenza nelle scuole.

Per godersi in pieno un film come Classe 1999 è necessario, appunto, essere dei sognatori. Ma non parlo di chi sogna gli unicorni che cavalcano arcobaleni e principi azzurri vari, bensì chi sogna di radere al suolo qualsiasi ostacolo verso la propria libertà.

Ovviamente, essendo un film ambientato in un liceo, più lo spettatore è carico di odio verso la scuola, i professori e tutto ciò che potrebbe far parte della routine di un ragazzino, più la goduria sarà assicurata.

Abbiamo un futuro, a quei tempi non troppo lontano, in cui le scuole erano assediate da gang di balordi che avevano terreno fertile per fare di tutto fuorché aprire un libro. Uno sfigatissimo preside (il mitico Malcolm McDowell) e uno stronzissimo scienziato (uno Stacy Keach dagli occhi inquietanti) tentano di ristabilire l’ordine e dare l’esempio, utilizzando tre robot da combattimento travestiti da insegnanti (Pam Grier, Patrick Kilpatrick e John Ryan), per ristabilire la disciplina nelle classi. Tutto sembrerebbe funzionare alla perfezione, se non fosse che i robot iniziano a farsi prendere troppo la mano con le punizioni agli allievi, finendo per dare il via a un massacro.

Ora: io con la scuola ho sempre avuto un brutto rapporto, ma se con la vita da studente era un rapporto di amore e odio, quello con i professori è stato sempre e solo un rapporto di odio. Per questo riesco a sentirmi inebriato, e a tornare al livello intellettivo della pietra pomice, ogni singola volta che vedo Classe 1999. Da una parte vivo l’estasi del lato nerd della mia anima, che sognava di vedere robot del genere anche nella realtà e non solo nei suoi sogni erotici con la fidanzata di Mazinga Z. Dall’altra parte, invece di qualche variabile che mi aiuti a bilanciare l’equazione e restare coi piedi per terra, trionfa l’odio per i professori, specialmente quelli che disprezzano tutto ciò che è divertimento e spirito di classe.

Inutile dire che la mia simpatia va tutta al protagonista, interpretato da Bradley Gregg, che riesce a rompere il culo ai robot e a farsi inesorabilmente la figlia acqua e sapone del preside (una Traci Lind che riesce ancora a fare la sua bella figura), cosa che, ai tempi del liceo, ti rendeva famoso e stimato quanto uno che riesce a vincere da solo la guerra in Vietnam usando una pistola ad acqua e una fialetta puzzolente.

Dato i presupposti, quindi, mi è impossibile non adorare e promuovere in toto Classe 1999. In fondo è un piccolo cult generazionale e si sa, in questi casi, ogni limite riusciva ad essere nascosto dall’affetto e la passione che il film sapeva trasmettere. Se si fossero avuti più soldi per ingaggiare nomi più famosi, o avere effetti speciali di migliore qualità (e va tenuto presente che, nonostante l’età, sono ancora più che dignitosi), probabilmente si sarebbe parlato di tutt’altro film.

Questa piccola chicca della fantascienza (che poi a vedere come e in che direzione le cose nelle scuole siano cambiate con gli anni una riflessione su quanto sia stato avanti con i tempi questo film diventa inevitabile), dimostra ancora una volta che, se dietro a un progetto c’è una storia scritta, diretta e interpretata con la giusta passione, il budget è solo un aspetto marginale per chi dal film viene catturato ben prima di avere la VHS tra le mani.

MonstersSe tu impari karate va bene. Se non impari karate va bene. Se tu impari karate-speriamo, ti schiacciano come uva.

In questa citazione del mitico Pat Morita si può racchiudere tutto il senso di questo film. Esordio del regista Gareth Edwards, che ha raccolto parecchi consensi, spinto dal successo di pellicole come Cloverfield e District 9. Sicuramente il risultato ottenuto dal regista è notevole, specialmente in considerazione del fatto che l’abbia ottenuto con un budget molto vicino ai 500.000 dollari.

Il film fa dell’atmosfera disincantata e malinconica la propria colonna portante e, se per gli amanti delle riflessioni politico-sociologiche potrebbe risultare una vera manna dal cielo, per chi è in cerca di azione, distruzione e spettacolarità questo film potrebbe facilmente avere l’impatto di un mattone che ti centra in pieno i testicoli dopo essere stato lanciato dal ventesimo piano di un palazzo.

Confesso di appartenere alla seconda categoria. E, anche se da un film sui mostri mi aspetto di vedere mostri spesso e volentieri, il film di Gareth Edwards raggiunge comunque la sufficienza per la storia e per lo stile in cui viene raccontata.

La storia parla di giganteschi alieni che invadono il messico settentrionale, rendendo inabitabile tutta la zona, fino al confine con gli Stati Uniti. Un giornalista viene incaricato di recuperare la figlia del suo capo e di riportarla in America ma, a causa di un imprevisto, si troveranno costretti ad attraversare a piedi la zona di quarantena.

E’ più che apprezzabile l’intenzione di voler dire qualcosa di nuovo sul tema dell’invasione aliena, e alcuni spunti interessanti si notano senza stare troppo a fare i critici cinematografici. Forse, però, la qualità del film ne avrebbe giovato se si fossero spiegati in maniera meno frettolosta (per non dire del tutto assente) alcuni passaggi. Tipo il perchè un giornalista accetti di rischiare il culo per recuperare la figlia del capo che, si presume, sia un semplice direttore di giornale e non abbia abbastanza potere per far leva sulla voglia di un uomo di rischiare la vita. O il perchè la figlia del capo sia scappata in Messico abbandonando il fidanzato che dovrà sposare a breve.

Anche la caratterizzazione dei mostri, purtroppo, è riuscita solo fino ad un certo punto. Sarebbe impossibile descriverli senza rovinare il gusto di scoprirli durante il film (cosa che per alcuni potrebbe essere l’unico motivo per arrivare fino alla fine della pellicola). Personalmente ho apprezzato il coraggio di proporre mostri giganteschi, che potessero reggere il confronto con quello di J.J. Abrams in Cloverfield, ma se fossero stati imbottiti con qualche steroide in più non mi sarei certo offeso. Ma confesso che ho goduto parecchio nella citazione a Jurassic Park (la scena del T-Rex che attacca la jeep, per intenderci) che il regista ci regala verso la fine del film.

La nota dolente del film, sempre tenendo conto che è un fan dei robottoni giapponesi a parlare, è il rimo fin troppo dilatato della narrazione, in cui, purtroppo, i mostri vengono sempre e solo visti di sfuggita o parzialmente. E quell’unica volta in cui viene data l’opportunità di goderseli per intero, viene piazzata in un contesto che non certo all’altezza delle aspettative. Praticamente tutto l’opposto di Cloverfield, in cui il mostro si vede poco, ma è sempre in un contesto abbastanza movimentato (senza contare che quello era un mockumentary, mentre Monsters è un film con riprese “tradizionali” e che Abrams è sicuramente un furbacchione).

Diciamo che questo Monsters è un film valido se lo si guarda come un modo delicato, malinconico e riflessivo di concepire un determinato filone fantascientifico. Tutti quelli che amano vedere mostri orrendi che spaccano tutto e sventrano cristiani ogni due minuti finiranno per rimanere delusi. A me non è certo dispiaciuto, e non mi sento di bocciarlo, ma ora corro a rifarmi gli occhi con Predator.

Raramente è capitato, o forse non è ancora mai successo, che un remake si sia elevato, o abbia addirittura superato, la qualità e la bellezza del film da cui ha tratto spunto. Fortunatamente, nel caso di The Blob, è successo esattamente questo.

Il film originale, uscito nel 1958, era uno spasso da drive-in per tre principali motivi: è ambientato in un paesino in Pennsylvania, c’è Steve McQueen e c’è un alieno cattivo. Questi tre semplici elementi, non si limitavano a far girare l’industria cinematografica americana di un tempo, ma contribuiscono da sempre ad attirare plotoni di nerd che sognavano di cavalcare una moto dotata di modella tettuta come il protagonista di turno.

Purtroppo il film del ’58 è rimasto penalizzato dai mezzi dell’epoca ed esce con le ossa discretamente tritate dal confronto con questo remake. Infatti, la versione anni ’80 del film ha una marcia in più su quasi tutti i fronti (trovare uno Steve McQueen è tutt’ora impossibile e non basta certo sostituirlo con un Kevin Dillon qualunque). Inanzitutto è stato risceneggiato da Frank Darabont (che di sceneggiature belle e appassionanti ne ha realizzate parecchie) e da Chuck Russel (che lo ha anche diretto). Inoltre, nel casta troviamo una giovane Shawnee Smith (che recentemente è tornata famosa interpretando la stronzissima Amanda nella saga di Saw), e, piccola curiosità, un’esordiente Erika Eleniak (ma quest’ultima chicca la potranno apprezzare solo i fan di vecchia data di Baywatch). Oltre ad avere un pedigree rispettabilissimo, questo The Blob è anche più colorato e sfarzoso, ha un blob più realistico, ed è decisamente più splatter e spietato. Basti vedere la scena del tizio che viene preso per la testa e risucchiato nello scarico del lavandino che, a mio avviso, vale da sola la visione del film e si piazza nella top five delle scene più impressionanti che io abbia mai visto.

Oltre ad essere uno dei remake meglio riusciti che mi sia mai capitato di vedere, The Blob si fa apprezzare anche per un cast umile ma degno del massimo rispetto, pieno di ottimi caratteristi e volti noti ai fan dell’horror anni’80 che contribuiscono non poco a creare quell’atmosfera vincente che ti fa sentire sempre a casa di amici e che ti inchioda, sempre e comunque, allo schermo, mentre quella vocina fastidiosa che ripete al tuo cervello che stai guardando una cazzata di film viene allegramente mandata a farsi fottere.

Il bello di questi film è proprio questo: tu lo sai bene che non sono perfetti, che ci sono degli errori o che, semplicemente, è tutto troppo incongruente per applaudirlo. Ma in quei due secondi spesi a formulare queste inutili considerazioni un bifolco qualsiasi in camicia di flanella o un quarterback con la giacca del liceo hanno già fatto qualcosa che ti ha spinto a prendere la prima schifezza ipocalorica masticabile dalla dispensa, a stappare una birra fresca e ad allungare le gambe decretando l’arrivo inesorabile del rutto libero e dello spanzamento creativo. E a quel punto ti ritrovi senza, saperlo spiegare, all’interno del film. Ospite d’onore nel bel mezzo di un’avventura che mai avresti potuto vivere.

In sostanza, The Blob è l’ennesimo emblema di cinema che non viene più fatto, e probabilmente non riuscirà più a venir fatto per molto tempo. Nonchè una lezione importante su come realizzare un buon prodotto anche quando la fantasia di scrivere qualcosa di nuovo viene a mancare. Per non parlare della forza con cui dimostra, dopo 23 anni, che quando un film viene girato con cuore e passione il risultato non potrà che essere eccellente sotto ogni aspetto.

 

Super 8Che J.J Abrams avesse un talento visionario e uno smisurato amore per il cinema fantastico lo si era capito da qualche tempo, ormai. Che fosse un possibile erede del miglior Steven Spielberg lo si è cominciato ad intuire dopo aver visto questo suo ultimo film.

L’allievo ha avuto, finalmente, la possibilità di lavorare con il maestro, e, pur non confezionando il film perfetto che in troppi si sarebbero aspettati visti i nomi coinvolti, riesce comunque a centrare un bersaglio che vale parecchi punti.

Super 8, infatti, non ha la potenza innovativa dei film di Spielberg (che si impose sin dagli esordi come regista capace di sfornare un capolavoro lavorando su poche righe di sceneggiatura), e non si sforza di fornire una lettura più moderna delle opere che hanno certamente ispirato J.J. Abrams (e, come lui, almeno un centinaio di altri registi più o meno noti ed affermati). Ma trasuda amore per il cinema e per il fantastico ad ogni fotogramma.

Già l’idea di far ruotare tutta la vicenda intorno ad un film amatoriale sugli zombi girato da un gruppo di ragazzini sarebbe stata sufficiente a conquistare interi plotoni di cinefili e appassionati di sci-fi e/o horror. Se a questo si aggiunge una solida componente a base di fantascienza e alieni più o meno ostili ed incazzati, capiamo subito che il lavoro fatto dal promettente regista e dall’esperto produttore altro non è che un puro atto d’amore nei confronti del cinema e della possibilità di raccontare storie incredibili che questa splendida arte è in grado di regalare a coloro che la sanno trattare con il dovuto rispetto.

La cosa più bella del film è senza dubbio l’atmosfera, in cui ritroviamo quella capacità di stendere una patina di sogno e protezione a cui i film di Spielberg ammiccano sempre, e che viene qui riletta e riproposta in versione Abrams, dimostrandoci che anche lui è cresciuto tenendo fumetti e racconti di fantasia in mano anche parecchio tempo dopo aver scoperto le ragazze. Nonostante (forse) un pò troppo buonismo, ci si sente davvero parte di quelle piccole comunità di provincia americane in cui tutti si conoscono e si salutano per strada dandosi del tu, dove il traffico e le code chilometriche si vedono solo in televisione e dove farsi i cazzi altrui resta sempre e comunque l’attività più praticata.

In questo piccolo ed ovattato universo, un gruppo di amici cerca di realizzare un film horror amatoriale da presentare ad un concorso per ragazzi. Durante le riprese di una scena, però, assistono e riprendono uno spaventoso incidente ferroviario in seguito al quale il misterioso “carico” di un convoglio militare viene liberato, restando a piede libero per la piccola città.

Un profano, o un banale cineasta costretto dalla sua frustrante mancanza di cultura a dover stroncare un film in base a certi clichè, direbbe che il film è piatto e banale. E sui clichè, purtroppo, alcuni spettatori potrebbero anche dargli ragione. Infatti, nel film abbiamo l’esercito cattivo e meschino stereotipato da anni ’70 che prende per il culo tutti e non riesce a fare altro che danni, il ragazzino protagonista sfigato e traumatizzato (ma coraggioso) che si innamora e rischia la pelle per salvare la ragazza carina e ci sono il suo amico, (innamorato pure lui, ma troppo cagasotto per provarci) e gli altri suoi amici più o meno cazzari con cui è sempre un piacere passare i pomeriggio. Poi c’è un mostro, che non fa niente per essere adorabile quanto E.T., ma non è quello il tipo di alieno che a J.J. Abrams piace. La cosa importante, sia per i critici con pregiudizi e scopa nel culo, che per chi va al cinema a godersi semplicemente delle storie che sappiano catturare e stimolare le proprie fantasie, è che il tutto è raccontato e girato bene e funziona alla grande.

J.J. Abrams piazza un altro colpo importante, e si avvicina di un altro passo allo status di regista fuoriclasse. Sperando che quest’opera dia il via ad altre collaborazioni con Steven Spielberg, posso solo fare tre piccoli appunti al film: l’incidente ferroviario contraddice ogni legge di fisica e cinetica mai postulata, se non fosse così figo da vedere e sentire su un grande schermo farebbe storcere il naso, ma può andare bene anche così. Forse sarò stato distratto io, ma non ho ben capito come l’esercito possa giustificare la decisione di radere al suolo l’intera città (va bene essere cattivi e meschini, ma così si rischia di passare per stronzi di prima categoria, e anche negli anni ’70 insabbiare un’azione del genere non sarà stato uno scherzo). L’alieno si vede un pò pochino, e non sempre chiaramente, ed è un peccato perchè, almeno per quelli che non si aspettavano nanetti rugosi con dita lunghe e luminescenti, è fatto davvero bene.

A parte questo, come già detto, il film funziona bene e si lascia guardare, sia come opera a se stante, che come citazione dei film che hanno fatto crescere la generazione in cui il VHS era ancora per pochi eletti. E comunque, in Italia abbiamo aperto la mostra del cinema di Venezia proiettando Box Office 3d di Ezio Greggio, cosa che (almeno a mio parere) priva qualsiasi critico cinematografico italiano di ogni diritto di critica nei confronti del lavoro di J.J. Abrams e Steven Spielberg. E, per inciso, vedere il film horror amatoriale durante i titoli di coda di Super 8 mi ha divertito, vedere il trailer del film di Greggio prima della proiezione mi ha messo a disagio come entrare nudo in un convento di monache. Certi paragoni andrebbero presi in considerazione in vista dei prossimi cine panettoni.

Green LanternDoveva succedere prima o poi. In fondo, con le trasposizioni cinematografiche dei fumetti DC Comics, fino ad ora, a tutti i nerd del settore 2814 era sempre andata piuttosto bene.

E’ un vero peccato però, perchè, nei rari momenti del film in cui l’indignazione da nerd non mi riempiva di amarezza, sono anche riuscito ad intravedere qualche briciolo di fedeltà nei confronti delle storie di Hal J0rdan e del Corpo delle Lanterne Verdi. Tuttavia, niente che possa essere sufficiente a non far affondare un film che per molti amanti dei fumetti dell’eroe di smeraldo, era il sogno di una vita.

L’universo di Lanterna Verde è ormai sconfinato, a tal punto che penso possa battere in complessità e ampiezza tutto quello che è stato creato da George Lucas per la saga di Guerre Stellari e forse perfino le innumerevoli galassie di Star Trek. Quindi non si poteva pretendere che un regista non proprio specializzato come Martin Campbell, arrivato dal porno soft di fine anni ’70 e approdato recentemente, per motivi e logiche sconosciute a noi comuni umani, alle rivisitazioni di James Bond (Casino Royale con Daniel Craig) e Zorro (quelli tamarri con Banderas).

Quelli che di Lanterna Verde sanno poco o niente si godranno senz’altro un film a bassa gradazione di neuroni attivi. E forse usciranno dal cinema contenti e divertiti. Gli altri, che di Lanterna Verde hanno letto e leggono tutt’ora i fumetti, si incazzeranno e si chiederanno come mai il regista e gli autori non siano riusciti a trovare il tempo e la voglia di sfogliare, anche solo guardando le figure, qualche numero delle avventure cartacee di Hal Jordan.

Se l’avessero fatto, avrebbero scoperto qual’è la genesi di Hector Hammond (al quale si poteva riservare un pò di Computer Grafica per farlo diventare il mostro che tanto risulta cazzuto nei fumetti) e in che modo Parallax abbia influenzato ed incasinato quasi tutto l’universo DC (mentre nel film il tutto si riducie ad una banalissima vendetta nei confronti di pochi sfigati), per non parlare del primo incontro tra Jordan e Sinestro e del rapporto che si crea tra i due. Se a queste mancanze si aggiungono la totale assenza di profondità e personalità data al resto del Corpo delle Lanterne Verdi e ai Guardiani dell’Universo, mischiate ad un accenno troppo superficiale sul come nascano gli altri colori delle Lanterne (gialle), viene fuori un quadretto non troppo promettente. E alla fine, ad un fan del fumetto, il tutto sembrerà stonato come un nano vestito da fragola che bestemmia in chiesa brandendo un’ascia vichinga.

Qualcosa di positivo c’è però: le scene di azione rendono molto bene l’atmosfera del fumetto, e durante il film si possono cogliere almeno un paio di citazioni niente male, come il nome di battaglia di Carol Ferris quando pilota i caccia e alcuni costrutti di Lanterna Verde che ricordano molto quelli di John Stewart (che sostituì Hal Jordan come Lanterna Verde in un ciclo di storie a cui, tra l’altro, il film si poteva ricollegare). Anche Kilowog, l’istruttore delle Lanterne Verdi, è reso molto bene, peccato che gli venga riservato pochissimo spazio.

Probabilmente la versione italiana del film è stata ulteriormente penalizzata rispetto a quella in lingua originale, perchè, almeno a mio parere, alcune scelte di doppiaggio avrebbero coperto di ridicolo perfino Paperino. Va bene che nei fumetti Hal Jordan non è mai stato un campione di serietà ed epicità, e in questo Ryan Reinolds sa rendere il carattere del personaggio alla perfezione, ma dargli la voce di un ragazzino che vede per la prima volta un paio di tette lo fa sembrare meno di quello che dovrebbe essere (e lo dico da fan di Ryan Reinolds, per cui, non so spiegarmi ancora il perchè, provo una certa simpatia da quando ha recitato in Blade 2).

Un grazie  di cuore al caro Martin Campbell, che ha reso quelle cagate apocalittiche di Catwoman, Elektra e Ghost Rider meno sole nell’olimpo delle trasposizioni fumettistiche orripilanti. E un gigantesto dito medio alzato, da piazzare dove meglio si crede, a tutto il team creativo coinvolto in questo film, che hanno mostrato una superficialità e una capacità di sintesi agghiaccianti, contribuendo a demolire uno dei supereroi più fighi che siano mai stati creati. Possa il grande Cthulhu divorarvi tutti e insegnarvi che i film sui personaggi dei fumetti bisogna lasciarli fare a chi di fumetti è appassionato veramente.

Se l’intenzione dei produttori era quella di offrire un degno rivale al Capitan America cinematografico di casa Marvel, ammetto a malincuore che questo Lanterna Verde ne esce con le ossa più che rotte. Non resta che aspettare il terzo capitolo della saga di Batman.

Esistono diritti civili in America di cui noi, forse, non siamo a conoscenza. Tali diritti consentono a una casa di produzione cinematografica come l’Asylum di fare palesemente il cazzo che vogliono. Per intenderci, questi emeriti ciarlatani, ladri nonchè cazzoni da competizione, impiegano il loro tempo nel finanziare e realizzare film che sono banalissime copie dei grandi blockbuster hollywoodiani. Giusto per chiarire, volendo citare due tra le gemme del loro catalogo che più mi hanno fatto venire la pelle d’oca: abbiamo i Transmorphers (la loro versione dei Transformers di Michael Bay), i Terminators (di cui non sto nemmeno a citare l’ispirazione) e quella titanica cagatona di AVH: Aliens vs. Hunters (che sarebbe Alien vs. Predator, Predator = Hunter…ma quanto si può essere coglioni?)



Ma soprattutto abbiamo l’inno definitivo alla nullità registica, creativa e recitativa: Megashark vs. Giant Octopus. Nonostante il titolo sia un monito di tutto rispetto verso l’ingenuo spettatore, non ci si rende conto dello tsunami di merda che lo investirà durante la visione di questa porcata finchè il film non è cominciato.

Onestamente, limitarmi a dire che non mi era mai capitato di vedere un film così brutto sarebbe riduttivo, tuttavia, non conoscendo abbastanza insulti per riuscire a sfogare la frustrazione causata da ciò che gli occhi hanno patito, tenterò solo di descrivere le sensazioni provate. Nella speranza che, se per qualche scherzo del destino dovessero mai essere ripristinati i roghi inquisitori, i fuochi che li alimentano possano essere accesi dando fuoco a tutte le copie di questa cagata di film, o in alternativa, ai responsabili della sua messa in commercio.

Ecco, solo parzialmente, cosa rende questo film una completa e orribile cazzata:

Abbiamo un’ex cantante (Debbie Gibson, con svariati dischi all’attivo, ma a me sconosciuta) che viene tolta dalla naftalina nella quale la fine degli anni ’80 l’aveva seppellita e le viene affidato il ruolo di protagonista di un film brutto, ma molto brutto. Spero per lei che sia dovuto al fatto di essere bionda, o di essere un nome di richiamo per il pubblico americano, perchè se fosse dovuto a dei favori sessuali concessi vorrebbe dire avere il sex appeal di una betoniera.

Poi c’è Lorenzo Lamas, il mitico Renegade degli anni ’90, che la naftalina, probabilmente, ce l’ha nel cervello visto che in tutto il film non snocciola più di un’espressione facciale, condita con raffiche di finto machismo e forti precipitazioni di dialoghi da celebrolesi. E questo, purtroppo, ha reso già di per se il mio mondo un pò più triste, perchè Lorenzo Lamas me lo portavo nel cuore da quando ero ragazzino e mi gasavo tutti i pomeriggi nel vederlo prendere a calci in culo i cattivoni su e giù per il deserto americano. Ma un applauso a lui lo faccio lo stesso, perchè la sua (unica) faccia non è cambiata di una virgola negli ultimi vent’anni e per risultati simili sicuramente un qualche talento ci vuole.

Poi abbiamo gli altri personaggi, tutti aventi come comune denominatore la pessima capacità recitativa, una personalità che rivaleggia con i più scadenti tavolini dell’ikea (ma guardare un tavolino Klubbo per oltre un’ora vi farà sicuramente divertire di più), svariati difetti fisici che mai li renderanno veri divi hollywoodiani, e un talento naturale per sprigionare i peggiori istinti omicidi nello spettatore che se li sorbisce per tutto il film.

Comunque i veri protagonisti del film sono, senza ombra di dubbio, il Megashark e la Giant Octopus (porca puttana ancora non me ne faccio una ragione), bestiaccie preistoriche rimaste bloccate durante la glaciazione del pianeta milioni di anni fa che vengono accidentalmente liberate dalle culate di un branco di balene impazzite. E una volta liberi che fanno? Ovviamente iniziano a rompere le palle a piattaforme petrolifere, navi, sommergibili e aerei (in una scena talmente putrida e insensata da aver ridefinito gli standard degli Z-movie in tutto il mondo). Facendo tante cattive azioni, i governi si alleano per ucciderli, formando una task force di scienziati che, per qualche motivo, spesso e volentieri mi hanno ricordato Qui, Quo e Qua di Walt Disney, restando però sempre dei meravigliosi esemplari di odiosi e incapacissimi imbecilli.

Essendo un film dell’Asylum, è normale che il cervello venga sovraccaricato a tal punto dalla bruttezza e dallo squallore da spegnersi dopo dieci minuti, mandando a fare in culo il resto del corpo e costringendo lo spettatore a subire la visione del film con la bava che cola dalla bocca pregando che tutto finisca in fretta e senza ulteriori sofferenze. Se questo non avviene è meglio spegnere il televisore perchè potrebbe nuocere gravemente alla salute insistere nella visione di questo gioiello di cinema contemporaneo.

Davvero non capisco come si possano spendere dei budget (per quanto evidentemente bassi) per realizzare orrori del genere, e ancora meno capisco come possa esserci gente che fa lo sforzo di andare in videoteca e si riduce a noleggiare certa roba spendendo soldi guadagnati col sudore della fronte per riempire le casse dell’Asylum, permettendogli così di sfornare altre notevoli e illustri cagate cinematografiche.

Incrociamo le dita, e preghiamo che la crisi che flagella l’America colpisca al più presto anche i dirigenti dell’Asylum, mettendoli in ginocchio mentre il loro Megashark di trenta metri li punta da dietro per infilarglisi dritto e per intero su per l’orifizio più sacro e delicato di cui il buon Dio li ha dotati (la Giant Octopus si occuperà di tenere tutti fermi in posizione ottimale, così anche lei avrà motivo di esistere).

E’ stata un’occasione sprecata questo Vanishing in 7th street. Una piccola occasione sprecata per me, ma credo che sia per Brad Anderson che per i produttori del film tutto il progetto si sia rivelato un buco nero succhia occasioni e autostima (forse anche bei dollari, ma gli incassi del film non li conosco).

La mia occasione l’ho sprecata perchè avrei potuto vedere per la miliardesima volta un film a caso tra quelli che, pur conoscendo a memoria, mi dà sempre la certezza di non lasciarmi in gola l’esclamazione che più di tutte racchiude la soddisfazione dovuta ad un’appagante e saporita esperienza cinefila, ovvero “Figata cazzo!!!”. Fortunatamente a questo posso porre rimedio facilmente, tenendo il dvd di Predator sempre pronto sullo scaffale.

Sull’occasione persa da Brad Anderson (che non è esattamente l’ultimo imbecille sforna videoclip per pop-star) è il caso di soffermarsi un pò di più, inanzitutto perchè non sono sicuro che lui abbia il dvd di Predator a portata di mano (ma a chi non ce l’ha non credo permettano di girare degli episodi di Fringe, cosa che lui,invece, ha potuto fare) e poi perchè non capisco come si possa bruciare una storia del genere:

A Detroit, un improvviso black out fa misteriosamente sparire nel nulla la quasi totalità della popolazione, lasciando solo vestiti accasciati là dove prima c’erano le persone. Un piccolo gruppo di superstiti si ritrova in un bar, unica fonte di luce rimasta in tutta la città, circondato dalle tenebre che sembrano avere una volontà propria. Le speranze di uscirne vivi si assottigliano ora dopo ora, mentre le batterie delle torcie iniziano a scaricarsi e il buio si avvicina sempre di più.

Sembra una cazzatona come storia, ma ecco che dopo pochi secondi viene lanciata la rete cattura neuroni da nerd, che pare ricollegare il plot narrativo ad uno dei più grandi e inquietanti misteri della storia: la scomparsa dei coloni dell’isola di Roanoke, la cui unica traccia rimasta fu la parola Croatoan incisa su un albero.

A Holliwood forse dovrebbero imparare (e sarebbe anche ora porcaccia di quella vacca infame a gasolio) che fare un film riprendendo un mistero ancora irrisolto dopo più di 400 anni è come avere sotto mano una Gioconda da colorare senza uscire dai bordi. Hai un’opera già valida di per sè sotto mano, ti basta poco per migliorarla e renderla anche bella da guardare, e quel poco si traduce nel non uscire mai dai bordi quando colori, perchè una volta che ne esci il disegno è rovinato e non puoi fare altro che buttarlo nel cesso e prenderti le sberle che la maestra di disegno vorrà rifilarti per la tua palese incompetenza.

Non mi scaglierò, almeno per questa volta, sulla scelta degli attori. Perchè ce ne sono pochi, e nonostante siano sempre i soliti volti patinati da passarella si riesce a sopportarli (o, comunque, si viene distratti da quello che effettivamente mi è parso essere il grosso difetto del film).

Il guaio di questa pellicola, infatti, è che l’unica cosa che si vede svanire nel corso del film è il motivo stesso della sua esistenza. Ma perchè è stato fatto un film del genere? Bisognava pagare le rate dell’auto di Hayden Christensen? Thandie Newton doveva provare a se stessa di essere in grado di recitare una parte in cui non deve fare la figona della situazione? Brad Anderson aveva finito il sudoku da portarsi al cesso mentre fa la cacca? Anderson, mio caro regista “vorrei ma non mi lasciano fare”, che cazzo di film volevi girare esattamente?

La città deserta, immersa nel silenzio e cosparsa di vestiti che una volta erano persone funziona bene e fa sempre il suo effetto, specialmente quando quel silenzio viene rotto da un aereo che si schianta verticalmente in pieno centro. Ma quello che sarebbe stato carino mostrare era uno straccio di spiegazione sul perchè ci sia stato un blackout così improvviso, perchè (e come) tutta la città sparisce, e perchè cazzo le ombre abbiano una propria volontà e fattezze di persone che bisbigliano oltre a sembrare conoscenti più o meno intimi dei personaggi protagonisti.

A tutti questi domandoni filosofico-esistenziali il film non risponde mai, limitandosi a citare un paio di volte la vicenda di Roanoke e facendo capire allo spettatore che lo stesso fenomeno inspiegabile si sta ripetendo a Detroit, rimanendo però troppo sul politically correct, creando, per forza di cose, voragini nella sceneggiatura nelle quali potresti parcheggiare un autobus usando la tecnica del tamarro supremo che tira il freno a mano per sterzare (se, ad esempio, il segreto della sopravvivenza è restare nella luce, come mai due ragazzini che non hanno ne l’età ne l’abilità per accendere una scoreggia di mucca con un lanciafiamme riescano a sopravvivere facendo sempre il cazzo che vogliono là dove persone attrezzate con torcie e bengala non riescono a resistere?)

L’occasione, quindi, di vedere un film che riesca a farti spegnere il cervello per un paio d’ore nel bel mezzo della torrida estate in città viene bruciata senza tanti complimenti dunque. E oltre alla considerevole quantità di amaro in bocca che persiste durante lo scorrere dei titoli di coda resta anche un certo nervosismo nel vedere quanto poco si documenti certa gente prima di prendere in prestito dei soggetti (uno dei pochi ancora praticamente inutilizzato nel cinema tra l’altro) per realizzare un film.

Il fatto che il mistero di Roanoke fosse stato gestito meglio in una puntata di Supernatural avrebbe dovuto farmi suonare un qualche campanello d’allarme, che come in questo caso, ma anche come sempre in fondo, ho deciso di ignorare dando fiducia agli sceneggiatori in cui spero sempre di ritrovare quel talento nel raccontare le storie del fantastico che hanno fatto grande il luna park del cinema Hollywoodiano, almeno fino a pochi anni fa (ma che temo sempre più abbiano lasciato Hollywood facendo subire all’industria cinematografica americana quello stesso fenomeno che in Italia chiamiamo fuga dei cervelli).

A me il dvd di Predator dunque, il tempo di purificare occhi e neuroni è infine giunto…