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Quel Motel Vicino alla PaludeSporco. Malsano. Claustrofobico. Bastano questi tre aggettivi a descrivere il film di Tobe Hooper. Un lavoro che in molti, spesso, tendono a giudicare inferiore al ben più famoso ed osannato “Non aprite quella porta”, ma che, al contrario del suo predecessore, non lascia alcun senso di liberazione dall’angoscia e dall’orrore al termine della visione. Il regista texano porta in scena l’altra faccia della provincia americana, e lo fa senza filtri o censure, mostrando scenari e personaggi marci e psichedelici come non riuscirà più a fare nelle sue opere successive (Il tunnel dell’orrore si potrebbe salvare, ma non raggiunge comunque picchi del genere).

Se per “Non aprite quella porta”, Leatherface e gli altri personaggi e i fatti furono ispirati alle gesta di Ed Gein, qui Hooper spinge il piede sull’acceleratore della fantasia, sfornando caratterizzazioni a dir poco inquietanti, estremizzando al massimo ciò che a suo tempo produsse Psycho.

In questo film non c’è traccia di famiglie felici che viaggiano su una station wagon. Non troveremo ragazzi del college che fanno gli eroi e fanno innamorare la reginetta del ballo. Non troveremo paesaggi incantevoli in cui sarebbe splendido fare un pic nic e rotolarsi nel prato parlando del futuro. Qui abbiamo maniaci sessuali (da applausi la prova di un giovane Robert Englund la cui carriera ancora doveva prendere forma), prostitute, alcolizzati, pazzi sadici e famiglie allo sfascio. Tutto diretto in maniera disturbante tra ambientazioni perfettamente squallide e ammuffite come il motel, un bordello e il bar in cui nessuno sano di mente si fermerebbe a bere una spuma.

Chi entra allo Starlight Hotel (questo è il nome dell’albergo in cui il film è ambientato), resta schiacciato da paranoie e sudiciume, chiuso a chiave dall’esterno in una stanza a cui confronto, anche l’angolo più buio del Bates Motel sembrerebbe una camera da letto pre confezionata dell’Ikea. Qui ogni parete è marcia e sudicia, racchiusa in spazi angusti e vittima di un’illuminazione psichedelica (volutamente estremizzata dal regista per sovraccaricare i sensi dello spettatore).

E veniamo all’odiato momento del “racconta la trama per rendere l’idea”: Judd (Neville Brand) è un reduce di guerra paranoico e serial killer. Il suo modus operandi consiste nell’uccidere i clienti del suo fatiscente motel per poi gettarli in pasto all’alligatore che vive nella palude accanto allo struttura. E’ in questo motel che si incrociano le vicende di una famiglia all’apparenza qualunque, un padre in cerca della figlia prostituta e altri personaggi dalla moralità a dir poco non pervenuta.

In sostanza ci si trova di fronte a quella che gli amanti degli horror ambientati nella provincia americana (quella vera, non quella fatta di football e sorrisi tra bei ragazzi) potrebbero definire l’opera migliore di Tobe Hooper. Chi ha apprezzato e vissuto il disturbo trasmesso da “Non aprite quella porta” si potrà godere una nuova ondata di malesseri vari, volti a mostrare la parte più scomoda e degenerata dell’america di quegli anni. Quelli a cui il secondo film di Hooper ha creato disturbi seri e rivoltamenti di stomaco, è meglio si tengano alla larga da questo terzo film, perchè, sebbene la storia possa considerarsi banale, già vista e linerare, tutto viene estremizzato in maniera superba colpendo in pieno i punti deboli di tutti quelli che si credono al sicuro, sprofondati nella poltrona di casa a guardare il film e mangiare schifezze. Ma per tornare a sentirsi protetti dal caldo abbraccio della vita, sarà sufficiente evitare di guardare “Il tunnel dell’orrore” (quinto film come unico regista di Hooper) e proseguire in tutta sicurezza verso il resto della filmografia del Tobe Hooper regista.

 

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Dark Night of the ScarecrowUna delle cose che più di ogni altra è in grado di dare un senso ad una ricorrenza assolutamente americana, è la scoperta di alcune chicche di cui mai saresti venuto in possesso, se non grazie alla malsana idea di qualche amico di festeggiare Halloween allestendo un piccolo drive-in casalingo e lanciarsi in una maratona di film horror per passare la notte tra film iper cafoni, risate e rutto libero.

Dark Night of the Scarecrow (ribattezzato in Italia in “Lo spaventapasseri”) fa parte di quella schiera di film che nascono per essere perdenti. Agli occhi di un critico sarebbe la vittima ideale da mettere in croce, eppure, se si guarda con il giusto spirito e la giusta atmosfera, il film diretto da Frank De Felitta  può divertire parecchio.

La storia, senza stare a rivelare troppo, ruota intorno ad un episodio di giustizia sommaria perpetrato in un piccolo paese di campagna. A farne le spese è l’immancabile scemo del paese, che torna prontamente dall’aldilà per vendicarsi del torto e mettere in mostra quello che agli occhi degli altri cittadini è stato nascosto (o si è fatto finta di non vedere).

Nonostante i numerosi difetti, e la realizzazione piuttosto approssimativa, saltano in modo evidente parecchi punto di incontro con il Nightmare di Wes Craven, e riesce piuttosto difficile rendergli merito di tutta la carica innovativa di cui gode, soprattutto pensando che Dark Night of the Scarecrow è del 1981, mentre il film di Craven è del 1984. Comunque, per quanto trovi Craven sopravvalutato, il suo film ha partorito Freddy Krueger, e su questo non c’è niente da ridire.

Tornando al nostro spaventapasseri, il film fa funzionare tutto (a suo modo, ovviamente), grazie a delle ambientazioni suggestive come le campagne americane, a dei personaggi ben riusciti e macchiettistici al punto giusto, interpretati da alcuni tra i migliori caratteristi americani dell’epoca, Larry Drake su tutti.

Al di là dell’aspetto tecnico o del valore cinematografico del film, che mi rendo conto potrebbe risultare insulso ai più, la cosa che mi ha lasciato un piccolo spazio nel cuore per questa pellicola è il finale.

Perchè va detto: negli horror di un certo periodo c’era un modo di interpretare il finale e chiudere il film che non poteva non rendertelo bellissimo, anche quando di sangue, mostri e uccisioni non se ne vedevano affatto. Per esempio: avete presente il finale di venerdì 13? dove c’è la ragazza sulla canoa in mezzo al lago? O la scena di chiusura (e se dall’acqua fosse uscita una mano credo mi sarei alzato ad applaudire) di “Un tranquillo week end di paura”? Praticamente in questo film la tecnica è la stessa, e dopo che la corda viene tirata per tutta la proiezione, la voglia di vedere uno spaventapasseri posseduto è davvero alta, quindi certe scene fanno sempre la loro porca figura.

In sostanza, Dark Night of the Scarecrow resta sempre in bilico sul sottile filo che separa un film spassoso e spensierato da una mastodontica cagata. E forse, proprio perchè è il coinvolgimento dello spettatore a decretarne il successo o il decesso, si tratta del film ideale per certe serate in cui il cervello deve rigorosamente mantenersi spento. O perlomeno, va tenuto spento fino al finale, dove la fantasia e l’immaginazione del pubblico vengono lasciati a briglia sciolta, liberi di correre nella direzione che ognuno di noi preferisce.

Raramente è capitato, o forse non è ancora mai successo, che un remake si sia elevato, o abbia addirittura superato, la qualità e la bellezza del film da cui ha tratto spunto. Fortunatamente, nel caso di The Blob, è successo esattamente questo.

Il film originale, uscito nel 1958, era uno spasso da drive-in per tre principali motivi: è ambientato in un paesino in Pennsylvania, c’è Steve McQueen e c’è un alieno cattivo. Questi tre semplici elementi, non si limitavano a far girare l’industria cinematografica americana di un tempo, ma contribuiscono da sempre ad attirare plotoni di nerd che sognavano di cavalcare una moto dotata di modella tettuta come il protagonista di turno.

Purtroppo il film del ’58 è rimasto penalizzato dai mezzi dell’epoca ed esce con le ossa discretamente tritate dal confronto con questo remake. Infatti, la versione anni ’80 del film ha una marcia in più su quasi tutti i fronti (trovare uno Steve McQueen è tutt’ora impossibile e non basta certo sostituirlo con un Kevin Dillon qualunque). Inanzitutto è stato risceneggiato da Frank Darabont (che di sceneggiature belle e appassionanti ne ha realizzate parecchie) e da Chuck Russel (che lo ha anche diretto). Inoltre, nel casta troviamo una giovane Shawnee Smith (che recentemente è tornata famosa interpretando la stronzissima Amanda nella saga di Saw), e, piccola curiosità, un’esordiente Erika Eleniak (ma quest’ultima chicca la potranno apprezzare solo i fan di vecchia data di Baywatch). Oltre ad avere un pedigree rispettabilissimo, questo The Blob è anche più colorato e sfarzoso, ha un blob più realistico, ed è decisamente più splatter e spietato. Basti vedere la scena del tizio che viene preso per la testa e risucchiato nello scarico del lavandino che, a mio avviso, vale da sola la visione del film e si piazza nella top five delle scene più impressionanti che io abbia mai visto.

Oltre ad essere uno dei remake meglio riusciti che mi sia mai capitato di vedere, The Blob si fa apprezzare anche per un cast umile ma degno del massimo rispetto, pieno di ottimi caratteristi e volti noti ai fan dell’horror anni’80 che contribuiscono non poco a creare quell’atmosfera vincente che ti fa sentire sempre a casa di amici e che ti inchioda, sempre e comunque, allo schermo, mentre quella vocina fastidiosa che ripete al tuo cervello che stai guardando una cazzata di film viene allegramente mandata a farsi fottere.

Il bello di questi film è proprio questo: tu lo sai bene che non sono perfetti, che ci sono degli errori o che, semplicemente, è tutto troppo incongruente per applaudirlo. Ma in quei due secondi spesi a formulare queste inutili considerazioni un bifolco qualsiasi in camicia di flanella o un quarterback con la giacca del liceo hanno già fatto qualcosa che ti ha spinto a prendere la prima schifezza ipocalorica masticabile dalla dispensa, a stappare una birra fresca e ad allungare le gambe decretando l’arrivo inesorabile del rutto libero e dello spanzamento creativo. E a quel punto ti ritrovi senza, saperlo spiegare, all’interno del film. Ospite d’onore nel bel mezzo di un’avventura che mai avresti potuto vivere.

In sostanza, The Blob è l’ennesimo emblema di cinema che non viene più fatto, e probabilmente non riuscirà più a venir fatto per molto tempo. Nonchè una lezione importante su come realizzare un buon prodotto anche quando la fantasia di scrivere qualcosa di nuovo viene a mancare. Per non parlare della forza con cui dimostra, dopo 23 anni, che quando un film viene girato con cuore e passione il risultato non potrà che essere eccellente sotto ogni aspetto.

 

Apocalisse ZUna dichiarazione d’amore a tutti gli effetti. Questo ha voluto scrivere Manel Loureiro nella sua opera dedicata agli Zombi. Amore per i morti viventi che vengono generati da cause degne del miglior b-movie da drive in. Amore per il lento ed implacabile avanzare di un esercito di creature che hanno come unico scopo quello di divorare i pochi umani soprivvissuti. Amore per quella tradizione così deliziosamente anni ’80 che vede gli zombi come semplici quanto efferate creature senz’anima lente, stupide e pronte mordere qualsiasi cosa viva gli capiti a tiro.

Loureiro è cresciuto con i film di Romero. E non fa assolutamente niente per nasconderlo. Per questo il primo capitolo di questa sua trilogia è così ben riuscito.

Qualsiasi amante della trilogia zombi di Romero riconoscerà all’interno di questo romanzo scene e personaggi che da troppo tempo non si trovano in film del genere. Ed è forse questa la cosa che più manca al filone zombi cinematografico.

Quella che viene raccontata qui, è un’epidemia devastante, che annienta la civiltà come noi la conosciamo, lasciando spazio solo agli istinti di sopravvivenza e prevaricazione che da sempre gli uomini portano con sè. Quello che, però, si lascia apprezzare, è la totale assenza di eroi da copertina pronti a risolvere la situazione con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Qui le persone piangono, sono spaventate, sole e disperate e tendono a morire appena si distraggono un attimo. L’atmosfera non è mai distesa, anzi, qui l’inferno viene portato sulla terra in modo esemplare, sporcando e facendo marcire ogni cosa e senza lasciare alcuno spazio alla positività.

Vincente anche l’idea di ambientare tutto in Spagna (anche se gli avvenimenti, almeno fino al totale isolamento mediatico, si svolgono più o meno contemporaneamente in tutto il mondo), considerando che l’autore è un avvocato spagnolo. Questo aiuta il lettore a capire subito che Loureiro ha un’autentica passione per l’horror, e per gli zombi in generale, e che di questa passione ha fantasticato per ore e ore trascorrendo le giornate, raccogliendo le idee e prendendo appunti su come realizzare la sua opera.

Sarebbe impossibile raccontare, anche con poche parole, la trama. Ma se si prendono i primi tre capitoli della saga di Romero, e si tagliano le scene in cui le cose sembrano volgere al meglio, si ha un’idea più o meno fedele di quello che aspetta nelle pagine di questo libro.

Fa sempre piacere veder raccogliere degli ottimi frutti dalla passione pura per un genere che è stato da prima snobbato e deriso, e successivamente invaso da vampiri romanticamente problematici ed effemminati e da licantropi palestrati che pensano a tutto tranne che al sangue e alla caccia. In un panorama letterario in cui la disperazione e il marciume dell’horror puro è stato troppo spesso dimenticato a favore del glamour e dei troppi glitter, questo Apocalisse Z risulta un’ottima ventata d’aria fresca.

Esistono diritti civili in America di cui noi, forse, non siamo a conoscenza. Tali diritti consentono a una casa di produzione cinematografica come l’Asylum di fare palesemente il cazzo che vogliono. Per intenderci, questi emeriti ciarlatani, ladri nonchè cazzoni da competizione, impiegano il loro tempo nel finanziare e realizzare film che sono banalissime copie dei grandi blockbuster hollywoodiani. Giusto per chiarire, volendo citare due tra le gemme del loro catalogo che più mi hanno fatto venire la pelle d’oca: abbiamo i Transmorphers (la loro versione dei Transformers di Michael Bay), i Terminators (di cui non sto nemmeno a citare l’ispirazione) e quella titanica cagatona di AVH: Aliens vs. Hunters (che sarebbe Alien vs. Predator, Predator = Hunter…ma quanto si può essere coglioni?)



Ma soprattutto abbiamo l’inno definitivo alla nullità registica, creativa e recitativa: Megashark vs. Giant Octopus. Nonostante il titolo sia un monito di tutto rispetto verso l’ingenuo spettatore, non ci si rende conto dello tsunami di merda che lo investirà durante la visione di questa porcata finchè il film non è cominciato.

Onestamente, limitarmi a dire che non mi era mai capitato di vedere un film così brutto sarebbe riduttivo, tuttavia, non conoscendo abbastanza insulti per riuscire a sfogare la frustrazione causata da ciò che gli occhi hanno patito, tenterò solo di descrivere le sensazioni provate. Nella speranza che, se per qualche scherzo del destino dovessero mai essere ripristinati i roghi inquisitori, i fuochi che li alimentano possano essere accesi dando fuoco a tutte le copie di questa cagata di film, o in alternativa, ai responsabili della sua messa in commercio.

Ecco, solo parzialmente, cosa rende questo film una completa e orribile cazzata:

Abbiamo un’ex cantante (Debbie Gibson, con svariati dischi all’attivo, ma a me sconosciuta) che viene tolta dalla naftalina nella quale la fine degli anni ’80 l’aveva seppellita e le viene affidato il ruolo di protagonista di un film brutto, ma molto brutto. Spero per lei che sia dovuto al fatto di essere bionda, o di essere un nome di richiamo per il pubblico americano, perchè se fosse dovuto a dei favori sessuali concessi vorrebbe dire avere il sex appeal di una betoniera.

Poi c’è Lorenzo Lamas, il mitico Renegade degli anni ’90, che la naftalina, probabilmente, ce l’ha nel cervello visto che in tutto il film non snocciola più di un’espressione facciale, condita con raffiche di finto machismo e forti precipitazioni di dialoghi da celebrolesi. E questo, purtroppo, ha reso già di per se il mio mondo un pò più triste, perchè Lorenzo Lamas me lo portavo nel cuore da quando ero ragazzino e mi gasavo tutti i pomeriggi nel vederlo prendere a calci in culo i cattivoni su e giù per il deserto americano. Ma un applauso a lui lo faccio lo stesso, perchè la sua (unica) faccia non è cambiata di una virgola negli ultimi vent’anni e per risultati simili sicuramente un qualche talento ci vuole.

Poi abbiamo gli altri personaggi, tutti aventi come comune denominatore la pessima capacità recitativa, una personalità che rivaleggia con i più scadenti tavolini dell’ikea (ma guardare un tavolino Klubbo per oltre un’ora vi farà sicuramente divertire di più), svariati difetti fisici che mai li renderanno veri divi hollywoodiani, e un talento naturale per sprigionare i peggiori istinti omicidi nello spettatore che se li sorbisce per tutto il film.

Comunque i veri protagonisti del film sono, senza ombra di dubbio, il Megashark e la Giant Octopus (porca puttana ancora non me ne faccio una ragione), bestiaccie preistoriche rimaste bloccate durante la glaciazione del pianeta milioni di anni fa che vengono accidentalmente liberate dalle culate di un branco di balene impazzite. E una volta liberi che fanno? Ovviamente iniziano a rompere le palle a piattaforme petrolifere, navi, sommergibili e aerei (in una scena talmente putrida e insensata da aver ridefinito gli standard degli Z-movie in tutto il mondo). Facendo tante cattive azioni, i governi si alleano per ucciderli, formando una task force di scienziati che, per qualche motivo, spesso e volentieri mi hanno ricordato Qui, Quo e Qua di Walt Disney, restando però sempre dei meravigliosi esemplari di odiosi e incapacissimi imbecilli.

Essendo un film dell’Asylum, è normale che il cervello venga sovraccaricato a tal punto dalla bruttezza e dallo squallore da spegnersi dopo dieci minuti, mandando a fare in culo il resto del corpo e costringendo lo spettatore a subire la visione del film con la bava che cola dalla bocca pregando che tutto finisca in fretta e senza ulteriori sofferenze. Se questo non avviene è meglio spegnere il televisore perchè potrebbe nuocere gravemente alla salute insistere nella visione di questo gioiello di cinema contemporaneo.

Davvero non capisco come si possano spendere dei budget (per quanto evidentemente bassi) per realizzare orrori del genere, e ancora meno capisco come possa esserci gente che fa lo sforzo di andare in videoteca e si riduce a noleggiare certa roba spendendo soldi guadagnati col sudore della fronte per riempire le casse dell’Asylum, permettendogli così di sfornare altre notevoli e illustri cagate cinematografiche.

Incrociamo le dita, e preghiamo che la crisi che flagella l’America colpisca al più presto anche i dirigenti dell’Asylum, mettendoli in ginocchio mentre il loro Megashark di trenta metri li punta da dietro per infilarglisi dritto e per intero su per l’orifizio più sacro e delicato di cui il buon Dio li ha dotati (la Giant Octopus si occuperà di tenere tutti fermi in posizione ottimale, così anche lei avrà motivo di esistere).

Avrei voluto aspettare ancora un pò per scrivere di questo film. Perchè quando si parla di horror si parla sempre e comunque anche di Non aprite quella porta, è inevitabile, come è inevitabile il fatto che in qualsiasi discussione sul genere si trovi sempre la persona che lo nomina nel tentativo di sentirsi più esperto degli altri (ma dimenticandosi puntualmente di menzionare il perchè questo film venga sempre citato). Però stamattina sono inciampato sul DVD quindi non ho potuto fare a meno di vederlo, quindi tantovale scriverne finchè il disco è ancora caldo e togliersi lo sfizio.

Perchè Non aprite quella porta è davvero una pietra miliare dell’horror, è stato davvero un caso cinematografico che ha segnato un’epoca, e sicuramente fa bene il suo dovere inchiodando lo spettatore alla poltrona e facendogli provare sensazioni che difficilmente riesce a provare con i film horror più convenzionali.

Ma cosa rende questo film così unico?

A voler ben vedere la trama non ha tutta questa carica innovativa e, se la memoria non mi inganna, viene mostrata in modo non troppo esplicito una vagonata di violenza (cosa impensabile per il 1974), ma di sangue se ne vede veramente poco.

Quello che fa la differenza tra questo gioiellino e il restante 99% degli horror prodotti prima e dopo la sua uscita è l’atmosfera. Ed è questo aspetto a creare la magia, da allora rimasta incompiuta sia da Tobe Hooper che da altri grandi registi che si cimentarono nell’impresa, di realizzare un film marcio, sporco, disturbante e malsano come Non aprite quella porta.

La trama rasenta la pochezza di un film porno: un gruppo di ragazzi scelgono di fare una gita lungo l’itinerario più sfigato di tutti gli Stati Uniti d’America, incappando in una famiglia di pazzi assassini e cannibali.

Pur constatando un pò a malincuore la pochezza di trama che affligge il film, vanno menzionate le numerose genialate sfoderate da  Kim Henke e Tobe Hooper che hanno trasformato una trama da outlet del neurone a un film capolavoro:

Si fa passare il film per un fatto realmente accaduto, mentre in realtà è solo ispirato dalla vicenda del serial killer Ed Gein. Comunque la mossa continua a rendere in fatto di popolarità (e qui scatta l’applauso al popolo americano per la capacità di farsi rapire da qualsiasi stronzata gli si serva su un piatto d’argento), tanto che, citando Wikipedia: “Questo effetto fu talmente riuscito che tutt’oggi le biblioteche della cittadina di Burkburnett, Texas, e della vicina Wichita Falls, situate nei pressi in cui la storia è stata ambientata, ricevono regolarmente richieste di copie originali di articoli di giornale legate agli eventi narrati nel film”.

Sono gli anni ’70. Gli Stati Uniti sono invasi da fricchettoni nullafacenti e spippacannoni che stanno parecchio sulle palle a una buona fetta della popolazione americana, quindi le vittime saranno senz’altro degli Hippies, così facciamo godere un pò anche gli onesti lavoratori americani.

Per fare questo film si hanno pochi mezzi, quindi bisogna stupire e inorridire la gente facendo marcire la loro immaginazione e gli standard a cui sono abituati. Piazziare un ragazzo in sedia a rotelle (per quanto abbia una delle 10 più grandi facce da culo del cinema) nel bel mezzo del massacro potrebbe suscitare lo scalpore e l’indignazione necessari.

Visto che gli hippies, non facendo un cazzo tutto il giorno, scroccano passaggi a tutto andare a chi, lavorando, una macchina se l’è potuta comprare, facciamo iniziare tutta la storia con un autostoppista pazzo e armato di rasoio. Tanto per far stare tranquilli quei capolavori di intelligenza innovativa che pensano sia prudente dare passaggi agli sconosciuti che vagano nei posti più desolati d’America.

Già che siamo in vena di personaggi pazzi, spingiamo sull’acceleratore ed estremizziamo la cosa mettendo in scena un’intera famiglia di assassini cannibali (crimine che ancora oggi in America sensibilizza paurosamente l’opinione pubblica), e come ciliegina sull torta vediamo di prendere un fottuto armadio a 2 ante di nome Gunnar Hansen, piazziamogli in mano una motosega e mettiamogli in faccia una maschera di pelle di visi umani cuciti tra loro, nel caso qualche americano si fosse già dimenticato di Ed Gein. Così anche se il resto del film dovesse venire una merda, l’idea che entrerà nella storia è comunque assicurata.

Per dare un senso di realismo e disturbo allo spettatore obblighiamo l’intero cast a tenersi addosso gli stessi vestiti per tutta la durata delle riprese, visto che ci sono almeno 30 gradi all’ombra probabilmente non servirà pagare dei corsi di recitazione e alla fine andranno fuori di testa da soli rendendo tutta la scena molto realistica.

Chiudiamo il film facendo sopravvivere i cattivi e facendo impazzire la protagonista, così ci garantiamo i diritti su diversi sequel uno più brutto dell’altro, e gli spettatori che dopo tutto quel marciume forse si aspettavano un lieto fine per riprendere fiato e dormire tranquilli si vedono arrivare un ultimo calcio nei denti.

Sono più o meno questi gli elementi che fanno di Non aprite quella porta un film poco adatto ai palati delicati, soprattutto a quelli a cui in un film horror non importa chi sia la vittima o il carnefice, ma importa piuttosto che tutti abbiano un look figo e che i capelli gli restino in piega mentre ascoltano l’ultimo singolo dei Ramstein dall’iPhone. Qui l’orrore viene tirato in faccia allo spettatore come se si trovasse in mezzo al fuoco incrociato di un branco di scimmie che si tirano le palle di cacca addosso, e paradossalmente, chi riesce a farsi prendere dal film, l’odore di cacca e di marcio lo sentirà in abbondanza.

Hooper ha avuto senza dubbio una carriera altalenante nel corso degli anni successivi, ma lo si perdona, perchè comunque ha fatto diverse cose più o meno valide (di cui spero di riuscire a scrivere prossimamente) quanto questo film, senza dubbio è rimasto su standard che registi ben più osannati si sono dimenticati da un pezzo.

 

Lost

Diciamo subito che il finale di Lost è stata la cosa più deludente vista negli ultimi dieci anni di televisione.

J.J. Abrams è un talento indiscusso, su questo non ci piove. Ha partorito quella genialata di Cloverfield (progetto comprensivo della migliore campagna pubblicitaria sul web che io abbia mai potuto vedere), ha soffiato via la polvere sotto cui era rimasta sepolta la serie di Star Trek, ha creato Fringe, in cui tutti riponiamo la speranza di vedere un erede di X-Files. E poi c’è Lost, la serie che ha conquistato milioni di spettatori in tutto il mondo con le sue trovate e i suoi misteri, fino a perdersi in quell’immenso buco nero di sceneggiatura che fu il suo finale di stagione.

Credo che tutti i fan della serie, una volta finito di vedere la puntata finale, abbiano levato nel cielo un coro inneggiante una semplice e breve domanda: Abrams, ma che cazzo hai fatto???

Per intenderci, un fan ha speso un totale di sei anni vivendo ogni settimana una febbrile attesa, chili di quell’ansia mista ad emozione, e impazienza di sapere cosa sarebbe successo dopo. E in quei fottutissimi ultimi 18+1 episodi finali, tu decidi di prendere tutti per il culo e non spiegare niente di quelle fantastiche figate con cui ci hai inchiodato alla poltrona nelle serie precedenti? Abrams, ti voglio bene e ti ringrazio, ma sei stronzo o che cosa?!?

Lost è nata come una serie che raccontasse qualcosa che nessun telefilm si fosse mai permesso di raccontare, doveva regalare alla comunità nerd mondiale un lungo ed immenso copione da imparare a memoria e citare senza sosta facendo a gara per vedere chi è quello con meno vita sociale.

Non gli si è mai chiesto di avere una logica. Non gli si è mai chiesto di essere credibile, tutto quello che volevano i fan era che il cerchio si chiudesse e che tutte le sottotrame e i misteri impossibili che spesso si vedevano accadere venissero mostrati in modo chiaro.

Abrams, mi hai fatto capire che su quell’isola ci fosse un mostro pronto a spaccare il culo anche a King Kong; mi hai mostrato video del progetto Dharma a profusione e mi hai fatto credere che fosse un progetto volto a un fine superiore (e se si fosse rivelata una gigantesca candid camera sarebbe stato ancora più geniale); mi hai fatto credere che ci fosse un ragazzino che materializzava i suoi desideri come nell’episodio del film di Ai Confini della Realtà; hai fatto viaggiare un uomo nel tempo e mostrato un congegno che poteva distruggere l’intero pianeta.

Poi magari hai perso il quaderno degli appunti, forse ti ha lasciato la ragazza o magari, come per Paul McCartney, hanno piazzato al tuo posto un bel sosia in modo da nascondere al mondo la tua prematura dipartita. Ma perchè di tutti gli sbocchi che potevi usare per chiudere la serie col botto, hai dovuto prendere proprio quell’unico, piccolo e poco illuminato vicolo cieco della spiritualità e della religione? Il bene e il male in lotta?!? Ma in lotta per cosa di preciso? per quella quarantina di anime di persone che immancabilmente dopo poche puntate si trasformavano da eroi senza macchia a incredibili pezzi di merda? Sul serio nel tuo vulcanico cervello macina idee è risultata vincente l’idea di due semidivinità che fanno tutto quel casino per quaranta anime o giù di lì? Io così su due piedi arrivo a pensare che ci si guadagnerebbe di più a vendere tutti e 101 i cuccioli di dalmata a Crudelia Demon, almeno lei se li viene a prendere comodamente a casa tua, e non ti chiede certo di spedirli inutilmente su un isola sperduta, e un centinaio di cani valgono di più di quei quattro relitti umani che hai voluto rendere famosi facendoli recitare nella tua serie.

J.J. Abrams, se mai ritrovassi il rotolo di carta igenica dove prendevi i tuoi appunti per la serie di Lost, e fosse concessa l’immensa fiducia che servirebbe a produrre un’ultima e riparatoria stagione della serie, eccoti due idee non male da riprendere in mano:

Se c’è un mostro deve essere un mostro. Spaventoso, enorme e carnivoro (o anche terribilmente cattivo poteva andare bene). Il progetto Dharma dovrebbe avere un senso solo per cinque persone in tutto l’universo (magari di queste cinque persone solo una potrebbe risultare umana) e la scoperta di quel segreto dovrebbe svelare verità incredibili (possibilmente ricollegabili a misteri che nel mondo reale ancora non sono stati risolti). Chi ha inventato la teoria del viaggio nel tempo non credo si offenderà se la si collegata al magnetismo dell’isola, e sarebbe anche meglio fargli fare qualche danno apocalittico a questo benedetto magnetismo (è poco credibile credere che una forza capace di muovere un’isola si possa imbrigliare con un bottone e un timone di legno). E per quanto riguarda Walt…ma santo Dio, l’aveva scritta qualcun’altro vent’anni fa quella storia…se vuoi copiarla o ispirartici fallo, ma fallo bene e arriva a una conclusione (o qualcosa che almeno gli si avvicini).

Forse ti hanno costretto a chiudere in malo modo la serie, perchè sembra davvero che un paio di queste chicche le hai poi scaricate su Cloverfield e il risultato mi ha fatto godere a più non posso. Forse in tutti i tuoi film stai scaricando un pò di idee incompiute che non hanno trovato spazio in Lost, e se è così correrò a vedere Super 8 alla prima occasione.

Comunque ti stimo, perchè sei e resterai sempre uno dei più grandi talenti visionari del cinema e della sci-fi in general.