Archivio per la categoria ‘Fantasy’

C’era un tempo in cui la gente per bene poteva dormire sonni tranquilli, perchè poteva sempre contare sulla sicurezza che, nei momenti più oscuri e nefasti, qualcuno avrebbe partorito un’idea talmente idiota da risultare geniale, facendo tornare ad ardere il sacro fuoco dell’ignoranza e del super coattume cinematografico.

Nell’ormai lontano 1981, i campioni indiscussi e acclamati di tutto l’universo in quella particolare disciplina chiamata Merdathlon furono H.A. Milton (suo il merito di una sceneggiatura la cui eleganza rivaleggia con le scoreggie di Bombolo), un formidabile tridente composto da Ovidio G. Assonitis, Chako Van Leuwen e Jeff Schechtman alla produzione e, ciliegina sulla torta: James Cameron alla regia (che subito dopo aver terminato le riprese deve aver inventato il flusso canalizzatore che gli permise di dare una notevole raddrizzata alla propria carriera). Grazie a questo dream team, a noi comuni mortali fu concessa la possibilità di gustarci il sequel di Piranha (il film di Joe Dante, non certo il remake), uno dei pochi film del filone eco-vengeance capace di reggere il confronto con Lo Squalo di Spielberg.

Ovviamente, un film di tale caratura si trova a suo agio accanto al suo predecessore come Eros Ramazzotti si troverebbe a suo agio a cantare nei Metallica, ma il film diretto da Cameron può vantare dei pesci piranha incazzati e dotati di ali (non è uno scherzo, non ho visto male, qualcuno ha avuto il coraggio di produrre questa idea per davvero!). Comunque, in mondo incantato in cui i buchi di sceneggiatura sono solo leggende metropolitane, ritroviamo un altro branco di piranha vittime di esperimenti militari (visto che nel film di Joe Dante tali esperimenti avevano portato notevoli migliorie alla qualità della vita dell’uomo, non ci sorprende che qualcuno abbia pensato bene di farci porcate ben peggiori), ad infestare le pacifiche acque nei pressi di un villaggio, che potrebbe essere tanto jamaicano quanto romagnolo, rovinando la festa a chiunque decida di divertirsi troppo in vacanza. Ovviamente sulla loro strada troveranno uno stracazzuto sceriffo interpretato da Lance Henricksen e aiutato dalla notevole Tricia O’Neil nel ruolo dell’ex moglie istruttrice subacquea e aspirante Sigourney Weaver.

Sia chiaro che quando si parla di film eco-vengeance tendo a non ragionare troppo sul giudizio, che questo film è stato una delle colonne portanti della mia infanzia al pari de Lo Squalo, Piranha (sempre di Dante) e Grizzly l’orso che uccide, e che nutro la massima stima per l’idea di dotare di ali i pesci piranha (talmente perversa, cafona e malsana da risultarmi irresistibile). Il film, per me, è uno splendido b-movie a stelle e striscie capace di rendere il massimo se si guarda in un drive-in, ma ai palati più raffinati risulterà sicuramente una cazzatona di livello biblico, paragonabile alle peggiori produzioni di casa Asylum.

MonstersSe tu impari karate va bene. Se non impari karate va bene. Se tu impari karate-speriamo, ti schiacciano come uva.

In questa citazione del mitico Pat Morita si può racchiudere tutto il senso di questo film. Esordio del regista Gareth Edwards, che ha raccolto parecchi consensi, spinto dal successo di pellicole come Cloverfield e District 9. Sicuramente il risultato ottenuto dal regista è notevole, specialmente in considerazione del fatto che l’abbia ottenuto con un budget molto vicino ai 500.000 dollari.

Il film fa dell’atmosfera disincantata e malinconica la propria colonna portante e, se per gli amanti delle riflessioni politico-sociologiche potrebbe risultare una vera manna dal cielo, per chi è in cerca di azione, distruzione e spettacolarità questo film potrebbe facilmente avere l’impatto di un mattone che ti centra in pieno i testicoli dopo essere stato lanciato dal ventesimo piano di un palazzo.

Confesso di appartenere alla seconda categoria. E, anche se da un film sui mostri mi aspetto di vedere mostri spesso e volentieri, il film di Gareth Edwards raggiunge comunque la sufficienza per la storia e per lo stile in cui viene raccontata.

La storia parla di giganteschi alieni che invadono il messico settentrionale, rendendo inabitabile tutta la zona, fino al confine con gli Stati Uniti. Un giornalista viene incaricato di recuperare la figlia del suo capo e di riportarla in America ma, a causa di un imprevisto, si troveranno costretti ad attraversare a piedi la zona di quarantena.

E’ più che apprezzabile l’intenzione di voler dire qualcosa di nuovo sul tema dell’invasione aliena, e alcuni spunti interessanti si notano senza stare troppo a fare i critici cinematografici. Forse, però, la qualità del film ne avrebbe giovato se si fossero spiegati in maniera meno frettolosta (per non dire del tutto assente) alcuni passaggi. Tipo il perchè un giornalista accetti di rischiare il culo per recuperare la figlia del capo che, si presume, sia un semplice direttore di giornale e non abbia abbastanza potere per far leva sulla voglia di un uomo di rischiare la vita. O il perchè la figlia del capo sia scappata in Messico abbandonando il fidanzato che dovrà sposare a breve.

Anche la caratterizzazione dei mostri, purtroppo, è riuscita solo fino ad un certo punto. Sarebbe impossibile descriverli senza rovinare il gusto di scoprirli durante il film (cosa che per alcuni potrebbe essere l’unico motivo per arrivare fino alla fine della pellicola). Personalmente ho apprezzato il coraggio di proporre mostri giganteschi, che potessero reggere il confronto con quello di J.J. Abrams in Cloverfield, ma se fossero stati imbottiti con qualche steroide in più non mi sarei certo offeso. Ma confesso che ho goduto parecchio nella citazione a Jurassic Park (la scena del T-Rex che attacca la jeep, per intenderci) che il regista ci regala verso la fine del film.

La nota dolente del film, sempre tenendo conto che è un fan dei robottoni giapponesi a parlare, è il rimo fin troppo dilatato della narrazione, in cui, purtroppo, i mostri vengono sempre e solo visti di sfuggita o parzialmente. E quell’unica volta in cui viene data l’opportunità di goderseli per intero, viene piazzata in un contesto che non certo all’altezza delle aspettative. Praticamente tutto l’opposto di Cloverfield, in cui il mostro si vede poco, ma è sempre in un contesto abbastanza movimentato (senza contare che quello era un mockumentary, mentre Monsters è un film con riprese “tradizionali” e che Abrams è sicuramente un furbacchione).

Diciamo che questo Monsters è un film valido se lo si guarda come un modo delicato, malinconico e riflessivo di concepire un determinato filone fantascientifico. Tutti quelli che amano vedere mostri orrendi che spaccano tutto e sventrano cristiani ogni due minuti finiranno per rimanere delusi. A me non è certo dispiaciuto, e non mi sento di bocciarlo, ma ora corro a rifarmi gli occhi con Predator.

Raramente è capitato, o forse non è ancora mai successo, che un remake si sia elevato, o abbia addirittura superato, la qualità e la bellezza del film da cui ha tratto spunto. Fortunatamente, nel caso di The Blob, è successo esattamente questo.

Il film originale, uscito nel 1958, era uno spasso da drive-in per tre principali motivi: è ambientato in un paesino in Pennsylvania, c’è Steve McQueen e c’è un alieno cattivo. Questi tre semplici elementi, non si limitavano a far girare l’industria cinematografica americana di un tempo, ma contribuiscono da sempre ad attirare plotoni di nerd che sognavano di cavalcare una moto dotata di modella tettuta come il protagonista di turno.

Purtroppo il film del ’58 è rimasto penalizzato dai mezzi dell’epoca ed esce con le ossa discretamente tritate dal confronto con questo remake. Infatti, la versione anni ’80 del film ha una marcia in più su quasi tutti i fronti (trovare uno Steve McQueen è tutt’ora impossibile e non basta certo sostituirlo con un Kevin Dillon qualunque). Inanzitutto è stato risceneggiato da Frank Darabont (che di sceneggiature belle e appassionanti ne ha realizzate parecchie) e da Chuck Russel (che lo ha anche diretto). Inoltre, nel casta troviamo una giovane Shawnee Smith (che recentemente è tornata famosa interpretando la stronzissima Amanda nella saga di Saw), e, piccola curiosità, un’esordiente Erika Eleniak (ma quest’ultima chicca la potranno apprezzare solo i fan di vecchia data di Baywatch). Oltre ad avere un pedigree rispettabilissimo, questo The Blob è anche più colorato e sfarzoso, ha un blob più realistico, ed è decisamente più splatter e spietato. Basti vedere la scena del tizio che viene preso per la testa e risucchiato nello scarico del lavandino che, a mio avviso, vale da sola la visione del film e si piazza nella top five delle scene più impressionanti che io abbia mai visto.

Oltre ad essere uno dei remake meglio riusciti che mi sia mai capitato di vedere, The Blob si fa apprezzare anche per un cast umile ma degno del massimo rispetto, pieno di ottimi caratteristi e volti noti ai fan dell’horror anni’80 che contribuiscono non poco a creare quell’atmosfera vincente che ti fa sentire sempre a casa di amici e che ti inchioda, sempre e comunque, allo schermo, mentre quella vocina fastidiosa che ripete al tuo cervello che stai guardando una cazzata di film viene allegramente mandata a farsi fottere.

Il bello di questi film è proprio questo: tu lo sai bene che non sono perfetti, che ci sono degli errori o che, semplicemente, è tutto troppo incongruente per applaudirlo. Ma in quei due secondi spesi a formulare queste inutili considerazioni un bifolco qualsiasi in camicia di flanella o un quarterback con la giacca del liceo hanno già fatto qualcosa che ti ha spinto a prendere la prima schifezza ipocalorica masticabile dalla dispensa, a stappare una birra fresca e ad allungare le gambe decretando l’arrivo inesorabile del rutto libero e dello spanzamento creativo. E a quel punto ti ritrovi senza, saperlo spiegare, all’interno del film. Ospite d’onore nel bel mezzo di un’avventura che mai avresti potuto vivere.

In sostanza, The Blob è l’ennesimo emblema di cinema che non viene più fatto, e probabilmente non riuscirà più a venir fatto per molto tempo. Nonchè una lezione importante su come realizzare un buon prodotto anche quando la fantasia di scrivere qualcosa di nuovo viene a mancare. Per non parlare della forza con cui dimostra, dopo 23 anni, che quando un film viene girato con cuore e passione il risultato non potrà che essere eccellente sotto ogni aspetto.

 

Apocalisse ZUna dichiarazione d’amore a tutti gli effetti. Questo ha voluto scrivere Manel Loureiro nella sua opera dedicata agli Zombi. Amore per i morti viventi che vengono generati da cause degne del miglior b-movie da drive in. Amore per il lento ed implacabile avanzare di un esercito di creature che hanno come unico scopo quello di divorare i pochi umani soprivvissuti. Amore per quella tradizione così deliziosamente anni ’80 che vede gli zombi come semplici quanto efferate creature senz’anima lente, stupide e pronte mordere qualsiasi cosa viva gli capiti a tiro.

Loureiro è cresciuto con i film di Romero. E non fa assolutamente niente per nasconderlo. Per questo il primo capitolo di questa sua trilogia è così ben riuscito.

Qualsiasi amante della trilogia zombi di Romero riconoscerà all’interno di questo romanzo scene e personaggi che da troppo tempo non si trovano in film del genere. Ed è forse questa la cosa che più manca al filone zombi cinematografico.

Quella che viene raccontata qui, è un’epidemia devastante, che annienta la civiltà come noi la conosciamo, lasciando spazio solo agli istinti di sopravvivenza e prevaricazione che da sempre gli uomini portano con sè. Quello che, però, si lascia apprezzare, è la totale assenza di eroi da copertina pronti a risolvere la situazione con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta. Qui le persone piangono, sono spaventate, sole e disperate e tendono a morire appena si distraggono un attimo. L’atmosfera non è mai distesa, anzi, qui l’inferno viene portato sulla terra in modo esemplare, sporcando e facendo marcire ogni cosa e senza lasciare alcuno spazio alla positività.

Vincente anche l’idea di ambientare tutto in Spagna (anche se gli avvenimenti, almeno fino al totale isolamento mediatico, si svolgono più o meno contemporaneamente in tutto il mondo), considerando che l’autore è un avvocato spagnolo. Questo aiuta il lettore a capire subito che Loureiro ha un’autentica passione per l’horror, e per gli zombi in generale, e che di questa passione ha fantasticato per ore e ore trascorrendo le giornate, raccogliendo le idee e prendendo appunti su come realizzare la sua opera.

Sarebbe impossibile raccontare, anche con poche parole, la trama. Ma se si prendono i primi tre capitoli della saga di Romero, e si tagliano le scene in cui le cose sembrano volgere al meglio, si ha un’idea più o meno fedele di quello che aspetta nelle pagine di questo libro.

Fa sempre piacere veder raccogliere degli ottimi frutti dalla passione pura per un genere che è stato da prima snobbato e deriso, e successivamente invaso da vampiri romanticamente problematici ed effemminati e da licantropi palestrati che pensano a tutto tranne che al sangue e alla caccia. In un panorama letterario in cui la disperazione e il marciume dell’horror puro è stato troppo spesso dimenticato a favore del glamour e dei troppi glitter, questo Apocalisse Z risulta un’ottima ventata d’aria fresca.

Super 8Che J.J Abrams avesse un talento visionario e uno smisurato amore per il cinema fantastico lo si era capito da qualche tempo, ormai. Che fosse un possibile erede del miglior Steven Spielberg lo si è cominciato ad intuire dopo aver visto questo suo ultimo film.

L’allievo ha avuto, finalmente, la possibilità di lavorare con il maestro, e, pur non confezionando il film perfetto che in troppi si sarebbero aspettati visti i nomi coinvolti, riesce comunque a centrare un bersaglio che vale parecchi punti.

Super 8, infatti, non ha la potenza innovativa dei film di Spielberg (che si impose sin dagli esordi come regista capace di sfornare un capolavoro lavorando su poche righe di sceneggiatura), e non si sforza di fornire una lettura più moderna delle opere che hanno certamente ispirato J.J. Abrams (e, come lui, almeno un centinaio di altri registi più o meno noti ed affermati). Ma trasuda amore per il cinema e per il fantastico ad ogni fotogramma.

Già l’idea di far ruotare tutta la vicenda intorno ad un film amatoriale sugli zombi girato da un gruppo di ragazzini sarebbe stata sufficiente a conquistare interi plotoni di cinefili e appassionati di sci-fi e/o horror. Se a questo si aggiunge una solida componente a base di fantascienza e alieni più o meno ostili ed incazzati, capiamo subito che il lavoro fatto dal promettente regista e dall’esperto produttore altro non è che un puro atto d’amore nei confronti del cinema e della possibilità di raccontare storie incredibili che questa splendida arte è in grado di regalare a coloro che la sanno trattare con il dovuto rispetto.

La cosa più bella del film è senza dubbio l’atmosfera, in cui ritroviamo quella capacità di stendere una patina di sogno e protezione a cui i film di Spielberg ammiccano sempre, e che viene qui riletta e riproposta in versione Abrams, dimostrandoci che anche lui è cresciuto tenendo fumetti e racconti di fantasia in mano anche parecchio tempo dopo aver scoperto le ragazze. Nonostante (forse) un pò troppo buonismo, ci si sente davvero parte di quelle piccole comunità di provincia americane in cui tutti si conoscono e si salutano per strada dandosi del tu, dove il traffico e le code chilometriche si vedono solo in televisione e dove farsi i cazzi altrui resta sempre e comunque l’attività più praticata.

In questo piccolo ed ovattato universo, un gruppo di amici cerca di realizzare un film horror amatoriale da presentare ad un concorso per ragazzi. Durante le riprese di una scena, però, assistono e riprendono uno spaventoso incidente ferroviario in seguito al quale il misterioso “carico” di un convoglio militare viene liberato, restando a piede libero per la piccola città.

Un profano, o un banale cineasta costretto dalla sua frustrante mancanza di cultura a dover stroncare un film in base a certi clichè, direbbe che il film è piatto e banale. E sui clichè, purtroppo, alcuni spettatori potrebbero anche dargli ragione. Infatti, nel film abbiamo l’esercito cattivo e meschino stereotipato da anni ’70 che prende per il culo tutti e non riesce a fare altro che danni, il ragazzino protagonista sfigato e traumatizzato (ma coraggioso) che si innamora e rischia la pelle per salvare la ragazza carina e ci sono il suo amico, (innamorato pure lui, ma troppo cagasotto per provarci) e gli altri suoi amici più o meno cazzari con cui è sempre un piacere passare i pomeriggio. Poi c’è un mostro, che non fa niente per essere adorabile quanto E.T., ma non è quello il tipo di alieno che a J.J. Abrams piace. La cosa importante, sia per i critici con pregiudizi e scopa nel culo, che per chi va al cinema a godersi semplicemente delle storie che sappiano catturare e stimolare le proprie fantasie, è che il tutto è raccontato e girato bene e funziona alla grande.

J.J. Abrams piazza un altro colpo importante, e si avvicina di un altro passo allo status di regista fuoriclasse. Sperando che quest’opera dia il via ad altre collaborazioni con Steven Spielberg, posso solo fare tre piccoli appunti al film: l’incidente ferroviario contraddice ogni legge di fisica e cinetica mai postulata, se non fosse così figo da vedere e sentire su un grande schermo farebbe storcere il naso, ma può andare bene anche così. Forse sarò stato distratto io, ma non ho ben capito come l’esercito possa giustificare la decisione di radere al suolo l’intera città (va bene essere cattivi e meschini, ma così si rischia di passare per stronzi di prima categoria, e anche negli anni ’70 insabbiare un’azione del genere non sarà stato uno scherzo). L’alieno si vede un pò pochino, e non sempre chiaramente, ed è un peccato perchè, almeno per quelli che non si aspettavano nanetti rugosi con dita lunghe e luminescenti, è fatto davvero bene.

A parte questo, come già detto, il film funziona bene e si lascia guardare, sia come opera a se stante, che come citazione dei film che hanno fatto crescere la generazione in cui il VHS era ancora per pochi eletti. E comunque, in Italia abbiamo aperto la mostra del cinema di Venezia proiettando Box Office 3d di Ezio Greggio, cosa che (almeno a mio parere) priva qualsiasi critico cinematografico italiano di ogni diritto di critica nei confronti del lavoro di J.J. Abrams e Steven Spielberg. E, per inciso, vedere il film horror amatoriale durante i titoli di coda di Super 8 mi ha divertito, vedere il trailer del film di Greggio prima della proiezione mi ha messo a disagio come entrare nudo in un convento di monache. Certi paragoni andrebbero presi in considerazione in vista dei prossimi cine panettoni.

Green LanternDoveva succedere prima o poi. In fondo, con le trasposizioni cinematografiche dei fumetti DC Comics, fino ad ora, a tutti i nerd del settore 2814 era sempre andata piuttosto bene.

E’ un vero peccato però, perchè, nei rari momenti del film in cui l’indignazione da nerd non mi riempiva di amarezza, sono anche riuscito ad intravedere qualche briciolo di fedeltà nei confronti delle storie di Hal J0rdan e del Corpo delle Lanterne Verdi. Tuttavia, niente che possa essere sufficiente a non far affondare un film che per molti amanti dei fumetti dell’eroe di smeraldo, era il sogno di una vita.

L’universo di Lanterna Verde è ormai sconfinato, a tal punto che penso possa battere in complessità e ampiezza tutto quello che è stato creato da George Lucas per la saga di Guerre Stellari e forse perfino le innumerevoli galassie di Star Trek. Quindi non si poteva pretendere che un regista non proprio specializzato come Martin Campbell, arrivato dal porno soft di fine anni ’70 e approdato recentemente, per motivi e logiche sconosciute a noi comuni umani, alle rivisitazioni di James Bond (Casino Royale con Daniel Craig) e Zorro (quelli tamarri con Banderas).

Quelli che di Lanterna Verde sanno poco o niente si godranno senz’altro un film a bassa gradazione di neuroni attivi. E forse usciranno dal cinema contenti e divertiti. Gli altri, che di Lanterna Verde hanno letto e leggono tutt’ora i fumetti, si incazzeranno e si chiederanno come mai il regista e gli autori non siano riusciti a trovare il tempo e la voglia di sfogliare, anche solo guardando le figure, qualche numero delle avventure cartacee di Hal Jordan.

Se l’avessero fatto, avrebbero scoperto qual’è la genesi di Hector Hammond (al quale si poteva riservare un pò di Computer Grafica per farlo diventare il mostro che tanto risulta cazzuto nei fumetti) e in che modo Parallax abbia influenzato ed incasinato quasi tutto l’universo DC (mentre nel film il tutto si riducie ad una banalissima vendetta nei confronti di pochi sfigati), per non parlare del primo incontro tra Jordan e Sinestro e del rapporto che si crea tra i due. Se a queste mancanze si aggiungono la totale assenza di profondità e personalità data al resto del Corpo delle Lanterne Verdi e ai Guardiani dell’Universo, mischiate ad un accenno troppo superficiale sul come nascano gli altri colori delle Lanterne (gialle), viene fuori un quadretto non troppo promettente. E alla fine, ad un fan del fumetto, il tutto sembrerà stonato come un nano vestito da fragola che bestemmia in chiesa brandendo un’ascia vichinga.

Qualcosa di positivo c’è però: le scene di azione rendono molto bene l’atmosfera del fumetto, e durante il film si possono cogliere almeno un paio di citazioni niente male, come il nome di battaglia di Carol Ferris quando pilota i caccia e alcuni costrutti di Lanterna Verde che ricordano molto quelli di John Stewart (che sostituì Hal Jordan come Lanterna Verde in un ciclo di storie a cui, tra l’altro, il film si poteva ricollegare). Anche Kilowog, l’istruttore delle Lanterne Verdi, è reso molto bene, peccato che gli venga riservato pochissimo spazio.

Probabilmente la versione italiana del film è stata ulteriormente penalizzata rispetto a quella in lingua originale, perchè, almeno a mio parere, alcune scelte di doppiaggio avrebbero coperto di ridicolo perfino Paperino. Va bene che nei fumetti Hal Jordan non è mai stato un campione di serietà ed epicità, e in questo Ryan Reinolds sa rendere il carattere del personaggio alla perfezione, ma dargli la voce di un ragazzino che vede per la prima volta un paio di tette lo fa sembrare meno di quello che dovrebbe essere (e lo dico da fan di Ryan Reinolds, per cui, non so spiegarmi ancora il perchè, provo una certa simpatia da quando ha recitato in Blade 2).

Un grazie  di cuore al caro Martin Campbell, che ha reso quelle cagate apocalittiche di Catwoman, Elektra e Ghost Rider meno sole nell’olimpo delle trasposizioni fumettistiche orripilanti. E un gigantesto dito medio alzato, da piazzare dove meglio si crede, a tutto il team creativo coinvolto in questo film, che hanno mostrato una superficialità e una capacità di sintesi agghiaccianti, contribuendo a demolire uno dei supereroi più fighi che siano mai stati creati. Possa il grande Cthulhu divorarvi tutti e insegnarvi che i film sui personaggi dei fumetti bisogna lasciarli fare a chi di fumetti è appassionato veramente.

Se l’intenzione dei produttori era quella di offrire un degno rivale al Capitan America cinematografico di casa Marvel, ammetto a malincuore che questo Lanterna Verde ne esce con le ossa più che rotte. Non resta che aspettare il terzo capitolo della saga di Batman.

ESP - Fenomeni Paranormali

Bisogna ammetterlo, ormai chi realizza mockumentary horror viene etichettato come l’ennesimo coglione senza budget che cerca fortuna e gloria usando il modo migliore di nascondere la propria incapacità di girare un film vero e proprio.

Fortunatamente non è il caso dei Vicious Brothers che, oltre a ostentare un nome squisitamente tamarro, hanno saputo premiare la fiducia del pubblico con un finto documentario capace di spazzare via in un solo colpo i vari Blair Witch Project e discendenti vari.

I Vicious Brothers, tanto per chiarire e accontentare i curiosi, non sono affatto parenti. Si chiamano Colin Minihan e Stuart Ortiz, e sono due semplicissimi ragazzi americani legati dalla passione per l’horror e il fantastico. Passione che, a suon di tentativi, sono riusciti convogliare in questo film. Il fatto che sia l’ennesimo mockumentary che promette spaventi e terrore a profusione non deve far storcere il naso perchè, mai come in questo caso, le promesse vengono mantenute più che abbondantemente e, cosa più che apprezzabile, all’immaginazione dello spettatore e alle furbizie del vedo-non vedo per risparmiare sugli effetti speciali viene lasciato pochissimo spazio.

La trama vede come protagonisti i componenti di una troupe televisiva specializzata nel realizzare finti reality in cui vengono smascherate presenze paranormali. Questo tipo di programma in America gode di una discreta fama di pubblico che ama farsi prendere per il culo e lasciarsi spaventare per cose che non vengono mai mostrate e/o dimostrate completamente, il che rende i protagonisti del film perfetti come valvola di sfogo per le frustrazioni che questi finti reality causano da anni negli appassionati di paranormale e in tutti quelli che vogliono credere come quel bamboccione nerd di Fox Mulder nei confronti dei suoi beneamati X-Files (categoria a cui io appartengo, tra l’altro). Se a tutto questo aggiungiamo l’ambiente inquietante e claustrofobico di un vecchio ospedale psichiatrico abbandonato, dove, tra le altre simpatiche pratiche i dottori avevano anche il vizietto della lobotomia, ecco che le cose iniziano a prendere l’esatta piega che un amante dell’horror desidera.

Ovviamente, anche questa pellicola non si discosta dalle regole base del mockumentary. Quindi si parte scontrandosi con il fastidioso movimento della camera a mano (che mostra sempre troppo poco) e si arriva, in un continuo crescendo di tensione, all’esasperante e inquietante finale. Il tutto orchestrato sapientemente, tra sparizioni di persone, oggetti che si muovono da soli e manifestazioni di fantasmi incazzati e vendicativi che riempiono lo schermo sempre di più man mano che il film scorre. Questi sono i tre elementi che stanno alla base del film e, per quanto si possano ritenere scontati e stravisti in ogni salsa, vengono piazzati sempre nei punti giusti, garantendo il salto sulla sedia e, alcune volte, perfino un bel brivido lungo la schiena. Tutto questo aiuta parecchio a sopportare la solita domanda esistenziale che pervade chiunque guardi un mockumentary: ma chi cazzo te lo fa fare di avere una mano occupata a tenere la telecamera sempre e comunque? A scuola nessuno ti ha insegnato che quando le cose iniziano a muoversi da sole e inizi a sentire grida nel buio e i tuoi amici cominciano a sparire e non puoi chiamare i veri Ghostbusters o un qualsiasi cazzo di esorcista è il caso che le mani le usi tutte e due?

Per fotuna i fratelli Vicious non sono così sprovveduti come la giovane età potrebbe far pensare, e piazzano scuse più o meno credibili ogni volta che la domanda si fa strada nel cervello allo sbando dello spettatore; dimostrando di aver fatto tesoro delle critiche che spesso hanno stroncato i predecessori del loro film, permettendo di mantenere il nervoso del pubblico e la credibilità delle situazioni mostrate sempre su livelli discretamente accettabili.

Benvengano, dunque, i mockumentary capaci di far sporcare le mutande, specialmente quando non si approfittano di finte pubblicità che li vorrebbero far passare per fatti davvero accaduti. Benvengano i ragazzi che riescono a realizzare progetti del genere prima di compiere trent’anni e benvengano le persone che danno fiducia a questi progetti portandoli nelle sale cinematografiche. Ora resta una forte curiosità nel sapere cosa potrebbero realizzare questi ragazzi con un giusto budget e un progetto che non sia un mockumentary tra le mani.