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Paranormal Experience 3D

Decisamente penoso. Basterebbero queste parole a liquidare questo film ed evitare a qualcuno di perdere 90 minuti della propria vita. Ma per quelli che non hanno abbastanza spirito di conservazione per fidarsi, andiamo ad analizzare cosa sprofonda Paranormal Xperience nell’oblio senza fine.

Tanto per cominciare, la storia. Penosa e priva di alcuno spunto originale, si riduce a un miserabile copia e incolla di parti di sceneggiature già viste e riviste, e non si può certo dire che si trattasse di idee troppo valide anche quando sono state viste la prima volta.

C’è il solito gruppo di studenti fighetti e arrapati che decidono di girare un reportage su un paesino di minatori abbandonato dove il medico locale impazzì e iniziò a sterminare tutti torturandoli a morte. Ovviamente il paese pare essere ancora infestato, quindi l’idea di passare la notte isolati nel paese non può che essere vincente. Quasi come l’idea di separarsi dal gruppo al minimo accenno di rumore inquietante, cosa che innescherà l’immancabile sequenza di morti violente e premature (in cui, però, il sangue viene dosato con la massima parsimonia).

Ma le note dolenti non finiscono qui, la recitazione è al limite della soap opera e sembra evidente che i protagonisti siano scarti del cast di Paso adelante che, al confronto, sembra l’Amleto. Il cattivo di turno, o presunto tale, ha un aspetto semplicemente ridicolo. Probabilmente Casper saprebbe spaventare di più, senza contare che non si capisce mai se sia un fantasma invisibile o un’entità tangibile, almeno fino al più che prevedibile colpo di scena finale, che è quanto di più penalizzante si possa vedere in un film horror sui fantasmi. Anche le parti del film in cui si tenta di decifrare le personalità dei personaggi scivolano nel ridicolo alla velocità della luce, tra improbabili traumi infantili (tutti riguardanti le donne) e banali perversioni represse (riservate esclusivamente agli uomini). Non male, però, la location del paesino abbandonato, probabilmente un regista più a suo agio con il genere l’avrebbe sfruttata meglio.

Anche stavolta siamo di fronte ad un’occasione sprecata. Il 3D non viene praticamente sfruttato e finisce per rendersi utile quanto una scorreggia in bottiglia, non perchè la tecnologia sia effettivamente valida o meno (cosa che non sempre si riesce a capire), ma perchè in tutto il film non c’è una sola scena in cui venga utilizzato come si deve, complice anche una mediocrità generale a livelli imbarazzanti.

Un vero peccato che si siano spesi soldi e tempo per un film così approssimativo, il cui unico merito (per quelli che devono per forza vedere il buono in ogni cosa) è quello di aver regalato un briciolo di notorietà a dei ragazzi con il viso da poster che probabilmente non rivedremo mai più su uno schermo.

La speranza è che l’avvenire della scena horror spagnola sia almeno all’altezza dell’exploit che l’ha portata alle cronache, perchè così non ci siamo proprio, e troppi passi falsi come questo rischiano di far dimenticare in fretta anche i migliori lavori di Balaguerò o Del Toro.

C’era un tempo in cui la gente per bene poteva dormire sonni tranquilli, perchè poteva sempre contare sulla sicurezza che, nei momenti più oscuri e nefasti, qualcuno avrebbe partorito un’idea talmente idiota da risultare geniale, facendo tornare ad ardere il sacro fuoco dell’ignoranza e del super coattume cinematografico.

Nell’ormai lontano 1981, i campioni indiscussi e acclamati di tutto l’universo in quella particolare disciplina chiamata Merdathlon furono H.A. Milton (suo il merito di una sceneggiatura la cui eleganza rivaleggia con le scoreggie di Bombolo), un formidabile tridente composto da Ovidio G. Assonitis, Chako Van Leuwen e Jeff Schechtman alla produzione e, ciliegina sulla torta: James Cameron alla regia (che subito dopo aver terminato le riprese deve aver inventato il flusso canalizzatore che gli permise di dare una notevole raddrizzata alla propria carriera). Grazie a questo dream team, a noi comuni mortali fu concessa la possibilità di gustarci il sequel di Piranha (il film di Joe Dante, non certo il remake), uno dei pochi film del filone eco-vengeance capace di reggere il confronto con Lo Squalo di Spielberg.

Ovviamente, un film di tale caratura si trova a suo agio accanto al suo predecessore come Eros Ramazzotti si troverebbe a suo agio a cantare nei Metallica, ma il film diretto da Cameron può vantare dei pesci piranha incazzati e dotati di ali (non è uno scherzo, non ho visto male, qualcuno ha avuto il coraggio di produrre questa idea per davvero!). Comunque, in mondo incantato in cui i buchi di sceneggiatura sono solo leggende metropolitane, ritroviamo un altro branco di piranha vittime di esperimenti militari (visto che nel film di Joe Dante tali esperimenti avevano portato notevoli migliorie alla qualità della vita dell’uomo, non ci sorprende che qualcuno abbia pensato bene di farci porcate ben peggiori), ad infestare le pacifiche acque nei pressi di un villaggio, che potrebbe essere tanto jamaicano quanto romagnolo, rovinando la festa a chiunque decida di divertirsi troppo in vacanza. Ovviamente sulla loro strada troveranno uno stracazzuto sceriffo interpretato da Lance Henricksen e aiutato dalla notevole Tricia O’Neil nel ruolo dell’ex moglie istruttrice subacquea e aspirante Sigourney Weaver.

Sia chiaro che quando si parla di film eco-vengeance tendo a non ragionare troppo sul giudizio, che questo film è stato una delle colonne portanti della mia infanzia al pari de Lo Squalo, Piranha (sempre di Dante) e Grizzly l’orso che uccide, e che nutro la massima stima per l’idea di dotare di ali i pesci piranha (talmente perversa, cafona e malsana da risultarmi irresistibile). Il film, per me, è uno splendido b-movie a stelle e striscie capace di rendere il massimo se si guarda in un drive-in, ma ai palati più raffinati risulterà sicuramente una cazzatona di livello biblico, paragonabile alle peggiori produzioni di casa Asylum.

MonstersSe tu impari karate va bene. Se non impari karate va bene. Se tu impari karate-speriamo, ti schiacciano come uva.

In questa citazione del mitico Pat Morita si può racchiudere tutto il senso di questo film. Esordio del regista Gareth Edwards, che ha raccolto parecchi consensi, spinto dal successo di pellicole come Cloverfield e District 9. Sicuramente il risultato ottenuto dal regista è notevole, specialmente in considerazione del fatto che l’abbia ottenuto con un budget molto vicino ai 500.000 dollari.

Il film fa dell’atmosfera disincantata e malinconica la propria colonna portante e, se per gli amanti delle riflessioni politico-sociologiche potrebbe risultare una vera manna dal cielo, per chi è in cerca di azione, distruzione e spettacolarità questo film potrebbe facilmente avere l’impatto di un mattone che ti centra in pieno i testicoli dopo essere stato lanciato dal ventesimo piano di un palazzo.

Confesso di appartenere alla seconda categoria. E, anche se da un film sui mostri mi aspetto di vedere mostri spesso e volentieri, il film di Gareth Edwards raggiunge comunque la sufficienza per la storia e per lo stile in cui viene raccontata.

La storia parla di giganteschi alieni che invadono il messico settentrionale, rendendo inabitabile tutta la zona, fino al confine con gli Stati Uniti. Un giornalista viene incaricato di recuperare la figlia del suo capo e di riportarla in America ma, a causa di un imprevisto, si troveranno costretti ad attraversare a piedi la zona di quarantena.

E’ più che apprezzabile l’intenzione di voler dire qualcosa di nuovo sul tema dell’invasione aliena, e alcuni spunti interessanti si notano senza stare troppo a fare i critici cinematografici. Forse, però, la qualità del film ne avrebbe giovato se si fossero spiegati in maniera meno frettolosta (per non dire del tutto assente) alcuni passaggi. Tipo il perchè un giornalista accetti di rischiare il culo per recuperare la figlia del capo che, si presume, sia un semplice direttore di giornale e non abbia abbastanza potere per far leva sulla voglia di un uomo di rischiare la vita. O il perchè la figlia del capo sia scappata in Messico abbandonando il fidanzato che dovrà sposare a breve.

Anche la caratterizzazione dei mostri, purtroppo, è riuscita solo fino ad un certo punto. Sarebbe impossibile descriverli senza rovinare il gusto di scoprirli durante il film (cosa che per alcuni potrebbe essere l’unico motivo per arrivare fino alla fine della pellicola). Personalmente ho apprezzato il coraggio di proporre mostri giganteschi, che potessero reggere il confronto con quello di J.J. Abrams in Cloverfield, ma se fossero stati imbottiti con qualche steroide in più non mi sarei certo offeso. Ma confesso che ho goduto parecchio nella citazione a Jurassic Park (la scena del T-Rex che attacca la jeep, per intenderci) che il regista ci regala verso la fine del film.

La nota dolente del film, sempre tenendo conto che è un fan dei robottoni giapponesi a parlare, è il rimo fin troppo dilatato della narrazione, in cui, purtroppo, i mostri vengono sempre e solo visti di sfuggita o parzialmente. E quell’unica volta in cui viene data l’opportunità di goderseli per intero, viene piazzata in un contesto che non certo all’altezza delle aspettative. Praticamente tutto l’opposto di Cloverfield, in cui il mostro si vede poco, ma è sempre in un contesto abbastanza movimentato (senza contare che quello era un mockumentary, mentre Monsters è un film con riprese “tradizionali” e che Abrams è sicuramente un furbacchione).

Diciamo che questo Monsters è un film valido se lo si guarda come un modo delicato, malinconico e riflessivo di concepire un determinato filone fantascientifico. Tutti quelli che amano vedere mostri orrendi che spaccano tutto e sventrano cristiani ogni due minuti finiranno per rimanere delusi. A me non è certo dispiaciuto, e non mi sento di bocciarlo, ma ora corro a rifarmi gli occhi con Predator.

Quel Motel Vicino alla PaludeSporco. Malsano. Claustrofobico. Bastano questi tre aggettivi a descrivere il film di Tobe Hooper. Un lavoro che in molti, spesso, tendono a giudicare inferiore al ben più famoso ed osannato “Non aprite quella porta”, ma che, al contrario del suo predecessore, non lascia alcun senso di liberazione dall’angoscia e dall’orrore al termine della visione. Il regista texano porta in scena l’altra faccia della provincia americana, e lo fa senza filtri o censure, mostrando scenari e personaggi marci e psichedelici come non riuscirà più a fare nelle sue opere successive (Il tunnel dell’orrore si potrebbe salvare, ma non raggiunge comunque picchi del genere).

Se per “Non aprite quella porta”, Leatherface e gli altri personaggi e i fatti furono ispirati alle gesta di Ed Gein, qui Hooper spinge il piede sull’acceleratore della fantasia, sfornando caratterizzazioni a dir poco inquietanti, estremizzando al massimo ciò che a suo tempo produsse Psycho.

In questo film non c’è traccia di famiglie felici che viaggiano su una station wagon. Non troveremo ragazzi del college che fanno gli eroi e fanno innamorare la reginetta del ballo. Non troveremo paesaggi incantevoli in cui sarebbe splendido fare un pic nic e rotolarsi nel prato parlando del futuro. Qui abbiamo maniaci sessuali (da applausi la prova di un giovane Robert Englund la cui carriera ancora doveva prendere forma), prostitute, alcolizzati, pazzi sadici e famiglie allo sfascio. Tutto diretto in maniera disturbante tra ambientazioni perfettamente squallide e ammuffite come il motel, un bordello e il bar in cui nessuno sano di mente si fermerebbe a bere una spuma.

Chi entra allo Starlight Hotel (questo è il nome dell’albergo in cui il film è ambientato), resta schiacciato da paranoie e sudiciume, chiuso a chiave dall’esterno in una stanza a cui confronto, anche l’angolo più buio del Bates Motel sembrerebbe una camera da letto pre confezionata dell’Ikea. Qui ogni parete è marcia e sudicia, racchiusa in spazi angusti e vittima di un’illuminazione psichedelica (volutamente estremizzata dal regista per sovraccaricare i sensi dello spettatore).

E veniamo all’odiato momento del “racconta la trama per rendere l’idea”: Judd (Neville Brand) è un reduce di guerra paranoico e serial killer. Il suo modus operandi consiste nell’uccidere i clienti del suo fatiscente motel per poi gettarli in pasto all’alligatore che vive nella palude accanto allo struttura. E’ in questo motel che si incrociano le vicende di una famiglia all’apparenza qualunque, un padre in cerca della figlia prostituta e altri personaggi dalla moralità a dir poco non pervenuta.

In sostanza ci si trova di fronte a quella che gli amanti degli horror ambientati nella provincia americana (quella vera, non quella fatta di football e sorrisi tra bei ragazzi) potrebbero definire l’opera migliore di Tobe Hooper. Chi ha apprezzato e vissuto il disturbo trasmesso da “Non aprite quella porta” si potrà godere una nuova ondata di malesseri vari, volti a mostrare la parte più scomoda e degenerata dell’america di quegli anni. Quelli a cui il secondo film di Hooper ha creato disturbi seri e rivoltamenti di stomaco, è meglio si tengano alla larga da questo terzo film, perchè, sebbene la storia possa considerarsi banale, già vista e linerare, tutto viene estremizzato in maniera superba colpendo in pieno i punti deboli di tutti quelli che si credono al sicuro, sprofondati nella poltrona di casa a guardare il film e mangiare schifezze. Ma per tornare a sentirsi protetti dal caldo abbraccio della vita, sarà sufficiente evitare di guardare “Il tunnel dell’orrore” (quinto film come unico regista di Hooper) e proseguire in tutta sicurezza verso il resto della filmografia del Tobe Hooper regista.

 

InsidiousPossano Leigh Whannel, Oren Peli e James Wan avere pietà di me, perché io, verso di loro, non ne avrò affatto. Mi riesce difficile dimostrarmi indulgente nei confronti di un film che, dopo essere stato  così pompato dal marketing, mi aveva quasi convinto di poter essere veramente l’horror più spaventoso degli ultimi anni.

E invece no, anche Insidious si dimostra una piacevole, quanto effimera cazzata. Intendiamoci: non è un brutto film, specialmente di questi tempi e con il nuovo capitolo della saga di Twilight in arrivo, ma, se lo spacciano per film che fa cagare addosso, uno si crea determinate aspettative e non bastano due salti sulla sedia (per colpa delle botte di volume) ad evitare che queste crollino inesorabilmente.

Tanto per cominciare, la storia ha un incipit che più visto e stravisto non si potrebbe. Famiglia felice, trasloco in una nuova casa, rumori inquietanti, bambini rompipalle, moglie a favore della teoria dei fantasmi e marito dubbioso e distaccato e, dulcis in fundo, inevitabile inculata soprannaturale/demoniaca.

In pratica Whannel (lo sceneggiatore), fotocopia lo script di Poltergeist, tagliando le scene in cui il plagio sarebbe stato troppo evidente e sostituendole con argomenti a dir poco imbarazzanti, o meglio, trattati in modo più che discutibile.

In insidious si salvano alcune scene in cui il talento di James Wan riesce ad esprimersi in modo efficacie, e mi spiace seriamente vedere un regista potenzialmente talentuoso come lui restare incastrato nei vincoli e nelle strategie dei film mainstream che fanno dell’essere tamarri la loro sola ragione di esistere. Alcune apparizioni fanno davvero effetto, soprattutto la vecchia con la candela e un altro paio di fantasmi (o quello che sono, perché tra le varie spiegazioni “ibride”, ovviamente, ci si dimentica di chiarire fino in fondo questo punto della storia).

Per il resto, il film non è che un susseguirsi di scene e tecniche di ripresa visti e stravisti in film sicuramente peggio riusciti, ma che mantenevano una certa umiltà nello sponsorizzarsi. Con questo non boccio assolutamente il lavoro di Wan, che ha il grande merito di realizzare riprese efficaci, soprattutto tenendo conto del fatto che sulle case infestate e i fantasmi si è davvero visto e detto di tutto e di più.

James Wan, tuttavia, ha la colpa di aver accettato di lavorare con quei due cazzoni di Whannel, Peli, che non si fanno alcun problema a stendere il discreto lavoro svolto dal regista, stenderlo delicatamente su dei binari e passarci sopra più e più volte con un treno da 200 vagoni carico di tutta la loro ignoranza verso il cinema horror (ignoranza che in 200 vagoni sta anche un po’ stretta, se vogliamo puntualizzare).

Parliamoci chiaro, mi spiace rivelare così tanto del film, ma non riesco a trovare altri modi per rendere l’idea: è mai possibile essere pagati fior di dollaroni per scrivere di un demone con la faccia da Sith e il corpo rachitico e peloso? O far indossare ad una medium una maschera antigas collegata all’orecchio di un povero coglione durante una seduta spiritica (con la scusa che avrebbe parlato troppo piano)? Evidentemente se ti chiami Leigh Whannel, nella vita qualcuno ti pagherà profumatamente anche per scrivere certe cazzate. E poi, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, non mi pare lo sceneggiatore sia stato in grado di approfondire come si deve il tema del viaggio astrale, anzi, in parecchie situazioni sembra proprio si sia documentato leggendo un manuale scritto dal mago Otelma.

In definitiva, Insidious parte nella direzione ottimale per centrare un bersaglio che sta rimanendo intoccabile da ormai parecchi anni, peccato che ci siano due cazzari professionisti a sospingere questo lavoro, deviandone la giusta direzione e facendolo finire praticamente in mare aperto.

A Leigh Wannel e Oren Peli resta il consiglio di farsi un paio d’anni di manodopera pesante sotto il sole prima di affacciarsi ad un nuovo lavoro cinematografico, mentre a James Wan si consiglia di cancellare le amicizie con i suddetti individui da Facebook, di cambiare casa (e se esiste il karma, speriamo te ne capiti una veramente posseduta) e numero di telefono, di prendere un respiro profondo e meditare un po’ di più sulle future offerte di lavoro, prima di fottersi completamente il talento che gli è stato regalato.

Dark Night of the ScarecrowUna delle cose che più di ogni altra è in grado di dare un senso ad una ricorrenza assolutamente americana, è la scoperta di alcune chicche di cui mai saresti venuto in possesso, se non grazie alla malsana idea di qualche amico di festeggiare Halloween allestendo un piccolo drive-in casalingo e lanciarsi in una maratona di film horror per passare la notte tra film iper cafoni, risate e rutto libero.

Dark Night of the Scarecrow (ribattezzato in Italia in “Lo spaventapasseri”) fa parte di quella schiera di film che nascono per essere perdenti. Agli occhi di un critico sarebbe la vittima ideale da mettere in croce, eppure, se si guarda con il giusto spirito e la giusta atmosfera, il film diretto da Frank De Felitta  può divertire parecchio.

La storia, senza stare a rivelare troppo, ruota intorno ad un episodio di giustizia sommaria perpetrato in un piccolo paese di campagna. A farne le spese è l’immancabile scemo del paese, che torna prontamente dall’aldilà per vendicarsi del torto e mettere in mostra quello che agli occhi degli altri cittadini è stato nascosto (o si è fatto finta di non vedere).

Nonostante i numerosi difetti, e la realizzazione piuttosto approssimativa, saltano in modo evidente parecchi punto di incontro con il Nightmare di Wes Craven, e riesce piuttosto difficile rendergli merito di tutta la carica innovativa di cui gode, soprattutto pensando che Dark Night of the Scarecrow è del 1981, mentre il film di Craven è del 1984. Comunque, per quanto trovi Craven sopravvalutato, il suo film ha partorito Freddy Krueger, e su questo non c’è niente da ridire.

Tornando al nostro spaventapasseri, il film fa funzionare tutto (a suo modo, ovviamente), grazie a delle ambientazioni suggestive come le campagne americane, a dei personaggi ben riusciti e macchiettistici al punto giusto, interpretati da alcuni tra i migliori caratteristi americani dell’epoca, Larry Drake su tutti.

Al di là dell’aspetto tecnico o del valore cinematografico del film, che mi rendo conto potrebbe risultare insulso ai più, la cosa che mi ha lasciato un piccolo spazio nel cuore per questa pellicola è il finale.

Perchè va detto: negli horror di un certo periodo c’era un modo di interpretare il finale e chiudere il film che non poteva non rendertelo bellissimo, anche quando di sangue, mostri e uccisioni non se ne vedevano affatto. Per esempio: avete presente il finale di venerdì 13? dove c’è la ragazza sulla canoa in mezzo al lago? O la scena di chiusura (e se dall’acqua fosse uscita una mano credo mi sarei alzato ad applaudire) di “Un tranquillo week end di paura”? Praticamente in questo film la tecnica è la stessa, e dopo che la corda viene tirata per tutta la proiezione, la voglia di vedere uno spaventapasseri posseduto è davvero alta, quindi certe scene fanno sempre la loro porca figura.

In sostanza, Dark Night of the Scarecrow resta sempre in bilico sul sottile filo che separa un film spassoso e spensierato da una mastodontica cagata. E forse, proprio perchè è il coinvolgimento dello spettatore a decretarne il successo o il decesso, si tratta del film ideale per certe serate in cui il cervello deve rigorosamente mantenersi spento. O perlomeno, va tenuto spento fino al finale, dove la fantasia e l’immaginazione del pubblico vengono lasciati a briglia sciolta, liberi di correre nella direzione che ognuno di noi preferisce.

Credo che capire un certo tipo di cinema sia un pò come voler compiere un atto di fede. E come in tutte le fedi, ogni tipo di cinema, prima o poi, richiede di compiere un atto simile.

Con un film come Melancholia, ho tentato di compiere il mio atto di fede. Senza troppi giri di parole, ammetto che la mia fede è venuta meno dopo pochi minuti di film. Perchè io non credo, e a questo punto dubito che crederò mai, in quel cinema intellettuale e riflessivo di cui Lars Von Trier è da sempre un incontestabile araldo.

Per rispetto verso il cinema più elementare e che molti critici amano definire di bassa lega, ci tengo a dire subito forte e chiaro che ogni singolo film di Von Trier ha fatto cagare in modo convulsivo, non me ne vogliano i critici intellettuali da mostre del cinema e retrospettive artistiche, ma per quanto sia in grado di condividere con loro l’entusiasmo per la potenza espressiva e la tecnica con la macchina da presa di questo regista (che persino io trovo straordinariamente fuori dal comune), dubito che potrei mai giudicare positivamente film come i suoi o degli altri geniacci che devono essere artisti a tutti i costi.

Al contrario di tutti i malesseri dei personaggi e dello spessore di certe scene, che molti hanno apprezzato nel film, tutto ciò che ho notato è un’incredibile banalizzazione di un argomento forte come la fine del mondo. Oltretutto qui non si parla di pestilenze, guerre o comete che rischiano di mettere fine alla vita sul pianeta, qui si parla di distruzione totale e di speranza inesistente. Viene concepito un film in cui è un intero pianeta gigante a travolgere la Terra polverizzandola letteralmente, la cosa viene orchestrata e resa visivamente in modo perfetto durante l’inizio del film, e alla fine tutto quello che viene raccontato è la storia di due sorelle depresse e della loro famiglia disastrata? A me, purtroppo, tutto questo lascia in bocca il sapore dell’occasione persa.

Si poteva dare in mille modi diversi il senso di disperazione e angoscia che un’imminente apocalisse può scatenare, ma per quanto si possa percepire dai personaggi del film, il tutto è sempre e comunque limitante. Per non parlare di come, più di una volta, il pianeta Melancholia venga confinato al ruolo di semplice pretesto per scatenare una serie infinita di seghe mentali, tanto inutili quanto odiose, nelle sorelle protagoniste.

Per quanto io non riesca a digerire e probabilmente a capire a fondo il significato nascosto ermeticamente nelle scelte di Von Trier, ammetto che sia un regista veramente bravo, con un occhio in grado di catturare scene incredibili che credo sia praticamente impossibile da eguagliare. Tuttavia, se un pizzico di cura per le scene l’avessero dedicata anche alla trama, magari la storia degli scienziati che sbagliano i calcoli riguardanti allo scontro dei pianeti si sarebbe potuta evitare (Melancholia è grosso almeno quattro volte più della Terra, difficile non avere la certezza che una massa del genere ti possa sfiorare invece che venirti addosso). Come altrettanto improbabile mi è sembrato il fatto che il pianeta sia in rotta di collisione con la Terra, poi pare si allontani, poi il suo Tom Tom gli dice di invertire la rotta e allora torna indietro e spazza via tutto, senza contare il fatto che, per quel poco che so io di fisica e astronomia, quando un pianeta così grande si avvicina abbastanza ad un qualsiasi altro corpo celeste, per la vita e l’ambiente presenti su almeno uno dei due sono sempre cazzi amari parecchio prima dello scontro effettivo e di solito questo riguarda in particolar modo il pianeta più piccolo, in questo caso la Terra.

In definitiva, Melancholia è un film visivamente meraviglioso, castrato dalle idee malsane di un tipo di cinema che fa della rottura di palle e della tortura ai neuroni la sua sola e unica ragione di esistere. Magari questo vuol dire non capire niente di vero cinema, ma vivo meglio ignorandolo e guardando ancora una volta i Gremlins in blu-ray.