E’ stata un’occasione sprecata questo Vanishing in 7th street. Una piccola occasione sprecata per me, ma credo che sia per Brad Anderson che per i produttori del film tutto il progetto si sia rivelato un buco nero succhia occasioni e autostima (forse anche bei dollari, ma gli incassi del film non li conosco).

La mia occasione l’ho sprecata perchè avrei potuto vedere per la miliardesima volta un film a caso tra quelli che, pur conoscendo a memoria, mi dà sempre la certezza di non lasciarmi in gola l’esclamazione che più di tutte racchiude la soddisfazione dovuta ad un’appagante e saporita esperienza cinefila, ovvero “Figata cazzo!!!”. Fortunatamente a questo posso porre rimedio facilmente, tenendo il dvd di Predator sempre pronto sullo scaffale.

Sull’occasione persa da Brad Anderson (che non è esattamente l’ultimo imbecille sforna videoclip per pop-star) è il caso di soffermarsi un pò di più, inanzitutto perchè non sono sicuro che lui abbia il dvd di Predator a portata di mano (ma a chi non ce l’ha non credo permettano di girare degli episodi di Fringe, cosa che lui,invece, ha potuto fare) e poi perchè non capisco come si possa bruciare una storia del genere:

A Detroit, un improvviso black out fa misteriosamente sparire nel nulla la quasi totalità della popolazione, lasciando solo vestiti accasciati là dove prima c’erano le persone. Un piccolo gruppo di superstiti si ritrova in un bar, unica fonte di luce rimasta in tutta la città, circondato dalle tenebre che sembrano avere una volontà propria. Le speranze di uscirne vivi si assottigliano ora dopo ora, mentre le batterie delle torcie iniziano a scaricarsi e il buio si avvicina sempre di più.

Sembra una cazzatona come storia, ma ecco che dopo pochi secondi viene lanciata la rete cattura neuroni da nerd, che pare ricollegare il plot narrativo ad uno dei più grandi e inquietanti misteri della storia: la scomparsa dei coloni dell’isola di Roanoke, la cui unica traccia rimasta fu la parola Croatoan incisa su un albero.

A Holliwood forse dovrebbero imparare (e sarebbe anche ora porcaccia di quella vacca infame a gasolio) che fare un film riprendendo un mistero ancora irrisolto dopo più di 400 anni è come avere sotto mano una Gioconda da colorare senza uscire dai bordi. Hai un’opera già valida di per sè sotto mano, ti basta poco per migliorarla e renderla anche bella da guardare, e quel poco si traduce nel non uscire mai dai bordi quando colori, perchè una volta che ne esci il disegno è rovinato e non puoi fare altro che buttarlo nel cesso e prenderti le sberle che la maestra di disegno vorrà rifilarti per la tua palese incompetenza.

Non mi scaglierò, almeno per questa volta, sulla scelta degli attori. Perchè ce ne sono pochi, e nonostante siano sempre i soliti volti patinati da passarella si riesce a sopportarli (o, comunque, si viene distratti da quello che effettivamente mi è parso essere il grosso difetto del film).

Il guaio di questa pellicola, infatti, è che l’unica cosa che si vede svanire nel corso del film è il motivo stesso della sua esistenza. Ma perchè è stato fatto un film del genere? Bisognava pagare le rate dell’auto di Hayden Christensen? Thandie Newton doveva provare a se stessa di essere in grado di recitare una parte in cui non deve fare la figona della situazione? Brad Anderson aveva finito il sudoku da portarsi al cesso mentre fa la cacca? Anderson, mio caro regista “vorrei ma non mi lasciano fare”, che cazzo di film volevi girare esattamente?

La città deserta, immersa nel silenzio e cosparsa di vestiti che una volta erano persone funziona bene e fa sempre il suo effetto, specialmente quando quel silenzio viene rotto da un aereo che si schianta verticalmente in pieno centro. Ma quello che sarebbe stato carino mostrare era uno straccio di spiegazione sul perchè ci sia stato un blackout così improvviso, perchè (e come) tutta la città sparisce, e perchè cazzo le ombre abbiano una propria volontà e fattezze di persone che bisbigliano oltre a sembrare conoscenti più o meno intimi dei personaggi protagonisti.

A tutti questi domandoni filosofico-esistenziali il film non risponde mai, limitandosi a citare un paio di volte la vicenda di Roanoke e facendo capire allo spettatore che lo stesso fenomeno inspiegabile si sta ripetendo a Detroit, rimanendo però troppo sul politically correct, creando, per forza di cose, voragini nella sceneggiatura nelle quali potresti parcheggiare un autobus usando la tecnica del tamarro supremo che tira il freno a mano per sterzare (se, ad esempio, il segreto della sopravvivenza è restare nella luce, come mai due ragazzini che non hanno ne l’età ne l’abilità per accendere una scoreggia di mucca con un lanciafiamme riescano a sopravvivere facendo sempre il cazzo che vogliono là dove persone attrezzate con torcie e bengala non riescono a resistere?)

L’occasione, quindi, di vedere un film che riesca a farti spegnere il cervello per un paio d’ore nel bel mezzo della torrida estate in città viene bruciata senza tanti complimenti dunque. E oltre alla considerevole quantità di amaro in bocca che persiste durante lo scorrere dei titoli di coda resta anche un certo nervosismo nel vedere quanto poco si documenti certa gente prima di prendere in prestito dei soggetti (uno dei pochi ancora praticamente inutilizzato nel cinema tra l’altro) per realizzare un film.

Il fatto che il mistero di Roanoke fosse stato gestito meglio in una puntata di Supernatural avrebbe dovuto farmi suonare un qualche campanello d’allarme, che come in questo caso, ma anche come sempre in fondo, ho deciso di ignorare dando fiducia agli sceneggiatori in cui spero sempre di ritrovare quel talento nel raccontare le storie del fantastico che hanno fatto grande il luna park del cinema Hollywoodiano, almeno fino a pochi anni fa (ma che temo sempre più abbiano lasciato Hollywood facendo subire all’industria cinematografica americana quello stesso fenomeno che in Italia chiamiamo fuga dei cervelli).

A me il dvd di Predator dunque, il tempo di purificare occhi e neuroni è infine giunto…

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commenti
  1. Angie ha detto:

    Grazie di esserti iscritto al mio blog misteri angie ginev.
    Complimenti il tuo è molto interessante.
    Ciao
    Angie.

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